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[7b]
 
 
ALL’ILL[ustriss]MA. ET ECC[ellentissi]MA.
MADAMA MARGHERITA
D’AVSTRIA.
 
     
 
IL CLARISS[ima]. Sig[nore]. Federico Badoaro, in ogne ʃorte di virtù, Madama Illuʃtriʃsma, ueramente a niuno altro inferiore, con ma rauiglioso giudicio, e con prudentiʃsima ʃolecitudine, anzi ʃpirato di Dio, ha fondata la nobile et eccellente Academia Venetiana, in tutte le ʃcienza & arti ripiena d’huomini d’alto ʃapere, la quale con incomparabil ardore della ʃua uirtù ha cominciato a ʃpagere alcuni ʃplendori, a guiʃa di quei dell’Aurora, che uanno innanzi allargãdo il ʃentiero alla grandezza del Sole: et auenga che piccioli paiano, nondimeno, ʃgombrando dale menti do molti molte tenebre, le diʃpongono a riceur quella maggior luce, che ad uʃcir fuori s’apparecchia. Laonde, ragioneuolmente potrà dire, & aʃʃermare ogniuno, ne innanzi, ne dopo eʃʃere di quella giami ʃtata altra adunanza piu
 
     
 
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communemente gioueuole. per tanto s’è maturamente deliberato, che quelle prime opera non di molto uolume, ma ʃi bene d’alto et utiliʃsimo ʃenʃo, ʃieno a diuerʃi Prencipi & Signori dedicate, eʃʃendoʃi anchora can diligenza atteʃo che quanto ʃi dona ʃia a chi ʃi dona per ogni parte conforme. Impero mẽtre che la diʃtributione di ciaʃcuna del le medeʃimo opera ʃi faceua, uenne in memoria del Clariss[ima]. Sig[nore]. Federico; la quale tiene egli ʃempre acceʃa delle regie uirtù di uoʃtra Altezza, da lui all Corte della Maeʃtà del Re Catolico ʃuo fratello conoʃciuta, et in tutti i luoghi honorata e riuerita; che fra l’altre opera date in luce molto le conueniʃʃe l’historia delle coʃe d’Inghilterra del Re Odoardo, figliuolo de Re Henrico ottauo, ʃino a queʃti tempi auenute. nella quale uoʃtra Altezza uederà la copia delle mrauiglioʃe operationi, da Dio, et da ʃuoi proportionate mezzi a manifeʃto eʃʃempio della humana calamità proceduti. perciò (mi cred’io) le potria eʃvere grata e diletteuole, come ricordanza di quanto uoʃtra Altezza dalla Sereniss[ima]. Regina già di queʃti
 
     
 
[8b]
 
 
spauentoʃi auenimenti inteʃe, uedendo ella parimente ʃe ʃteʃʃa eʃʃer ʃimile alla ʃua Serenità nella uarietà di fortuna, nell’ oʃʃeruanza della Chriʃtiana fede, nelle eʃʃemplarità della uita, nella prudenza del ʃuo Regio gouerno, giuʃtitia uerʃo ogiuno. Piaccia adunque a uoʃtra Altezza di gratamente ricuere queʃto picciol dono dalla uirtuoʃiʃʃima Academia, a me conceduto ch’io glielo preʃenti. dalla qual mi è ʃtato impoʃto ch’io l’offeriʃca altre opera che uerranno in luce non di maggior ʃodisfation di queʃta, ma di fatica maggiore: deʃideran doʃi finalmente che l’Altezza uoʃtra tanto per ʃua ʃingolar bontà e uirtù, quanto per la maeʃtà del ʃuo ʃangue, con il molti meriti dell’Illustriss[ima]. & Eccellentiss[ima]. Signor Duca, ʃuo marito, e con la marauiglioʃa aʃpettatione dell’ Illuʃtriʃʃimo Prencipe ʃuo figliuolo, peruenga a piu felice & a piu alto grado di fortuna.
 
     
 
Della Illuʃtriss[ima]. & Eccell[ente]. Sig[nora]. uoʃtra
Antico e uero ʃeruitore,
Luca Contile, Academico Venetiano.
 
     
     
     
 
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HISTORIA
DE GLI ACCIDENTI
OCCORSI NEL REGNO
D’INGHILTERRA,
 
DOPO LA MORTE DEL
RE ODOARDO VI.
 
     
 
HENRICO ottauo, Re d’Inghilterra, illustre per l’ottimo ʃuo gouerno, & per gli egregi fatti chiamato il grande, ancora che nel fine de’ ʃuoi anni moʃtraʃʃe impietà per la profanata, & diʃprezzata religione, hebbe in uita ʃua ʃei mogli: l’una fu Caterina di Caʃtiglia, figliuola del Re Ferando d’Aragona, l’altra Anna Bolemia [sic], la terza Gianna Semeria, la quarta Anna di Cleues, la quinta Caterina Hauarda, & l’ultima Caterina Pana [sic]. della prima hebbe Maria, hora ʃereniʃʃima Reina; e quella fu ripudiata: onde nacque il principio della ʃua diʃubidien-
 
     
 
[9b]
 
 
za alla ʃede Apostolica: Dalla ʃeconda hebbe Eliʃabetta, & a queʃta egli fece troncar la teʃta: della terza Odoardo di queʃto nome ʃeʃto, nel parto del quale mori; di maniera che fu biʃogno aprirla per cauarglielo fuori del uentre: la quarta ancor uiue, & fu repudiata. la quinta decapitata: e la ʃeʃta ʃoprauiʃʃe à detto Henrico. Et non hauendo egli alla morte ʃua laʃciuto altro figlioul maʃchio, che Odoardo, a lui peruenne il regno, nel quale è dapoi uiuuto ʃette anni. Fu Odoardo d’alto ingegno, atto a negoci, & accoʃtumato aʃʃai; tutto che foʃʃe inʃtrutto da falʃa dottrina: & daua molta ʃperanza di ʃe per le molte buone parti che teneua in tutte le profeʃʃioni, ma particolarmente nell’ eʃʃercitio delle lettere; alle quali attendeua con molta diligenza. Fu però di compleʃʃione molto debile, onde in poco tempo in lui ʃi generò un catarro con una picciola, ma continoua toʃʃe, il qual catarro ʃecondo i tempi, hor piu hor mento lo moleʃtaua tanto, che da molti fu giudicato, che s’auicinaʃʃe all’etico: & in cotal modo trappaʃʃaua gli anni ʃuoi. Era preʃʃo ad
 
     
 
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Odoardo primo d’ auttorità il Duca di Notomberlano, il quale, & per ʃapere & per ualore, era in quei tempi tenuto di quel regno il maggiore, & percio dopo la perʃona del Re era riʃpettato principalmente da tutti, da chi per timore, & da chi per obligo: eʃʃo come preʃidente del conʃigilio maneggiaua ogni ʃorte di negocio, cõmandaua ad ogni uno, & era finalmente ubidito, & riuerito come il Re. Et perche nel principio di Febraio l’anno 1553 ad Odoardo crebbe: il catarro, e cominciò oltra miʃura a nuocergli ueggendo il Duca la ʃua indiʃpoʃitione andare egn’hor piu aummentando, uolle intender da medici la uera opinione, che haueano ʃopra la uita ʃua: e percio chiamati due, che del continouo aʃʃiʃteuano alla perʃona de ʃua Maeʃtà, & a quelli aggiunti quattro altri de’ piu ʃcientiati del regno, & fatto lor giurar fedeltà, come ʃi coʃtuma a chi è della caʃa, da tutti uolle intender ʃe’l male era etico, ʃe mortale, & quanto tempo giudicuano che poteʃʃe durare in uita; i quali conʃigliatiʃi inʃieme conchiuʃero, che’l Re era etico, & la infirmità mortale,
 
     
 
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ma che però l’aʃʃicurauano in fino al Settẽbre proʃʃimo della uita. Hauẽdo il Duca inteʃo il’giudicio de’ medici, et trouandoʃi con quella grãde auttorità, ch’egli haueua nella città, subito diʃegnò, ogni uolta che piaceʃʃe a Dio chiamare Odoardo a ʃe, di uolerʃi inʃignorire de quel regno, ʃi come gli effetto moʃtrarono dapoi chiaramente, mirando piu toʃto a quell’obietto, oue la ʃua ingiuʃta uolontà lo tiraua, che ad alcuna parte del debito ʃuo, il quale era grandiʃʃimo: & con queʃta intẽtione pratticò di dare un ʃuo terzo figliuolo alla primagenita del Duca di Sofolch, nominata Gianna. la quale ancora che ricuʃaʃʃe molto queʃto matrimonio, nondimeno & ʃoʃpinto dalla madre, & battuta dal padre, fu neceʃʃitata a contentarʃi a coʃi ʃi conchiuʃe, facendoʃi nel medeʃimo anno, nelle feʃte dello spirito Santo le nozze molto ʃplendide, a reali, e con molto concorʃo di popolo, & de’principali del regno. Ne fu queʃto matrimonio fatto a caʃo dal Duca, ma con queʃto diʃegno, che diʃcendendo Gianna di caʃa regale per uia di donne, in queʃto modo, che di una ʃo-
 
     
 
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rella di Henrico ottauo, maritata prima a Luigi XII. Re di Franza, e dapoi al Duca di Sofolch, n’era dapoi nata Francesca, che fu madre di detta Gianna, egli pensò, che queʃta occaʃione fusse buon’ iʃtrumento di condurre a fine il penʃier ʃuo per quei modi, et uie, ch’egli tenne dapoi: de’ quali il primo, che usò, fu, che continouando nel Re l’indiʃpoʃitione, & ogni’hora piu aggrauandolo il male, eʃʃo Duca lo perʃuaʃe a far teʃtamento, ponẽdogli ʃotto uelo di conʃcienza innanzi a gli occhi, che, quando a Dio piaceʃʃe chiamarlo a ʃe, era coʃa honeʃta, e molto debita, che laʃciaʃʃe alcun’ordine a quel regno, accioche nell’auenire haueʃʃe ancora a uiuer quieto, ʃi come hauea fatto ne gli anni paʃʃati, e moʃtrandogli il danno, che patrirebbe il detto regno, qualqunque uolta ne laʃciaʃʃe di quello herede o Maria, o Eliʃabetta, ʃue ʃorelle; ʃi perche l‘una, et l’altra era dichiarta baʃtarda per public parlamento; ʃi per li parentati, c’hauerebbonno potuto fare con foreʃtieri, come per conto della religione; eʃshortandolo, che non hauendo piu proʃʃimo parente, che Gianna
 
     
 
[11b]
 
 
ʃua nuora, a quella uoleʃʃe laʃciare il regno, le quai parole del Duca hebbero tanta forza, e furono accompagnate con tante regioni, che diʃpoʃero il Re a teʃtare a XXI. di Giugno, nel qual teʃtamento diʃheredò le due ʃorello sotto preteʃto, che non haueʃʃero a condurre ʃtranieri quell’ Iʃola, da quali foʃʃer date nuoue leggi, et nuoui ordini di uiuere, ʃoggiungendo, ch’erano baʃtarde, taʃʃandone piu particolarmente Maria come catolica, e diʃheredando ʃimilmente ogn’altro, che pretendeʃʃe in quella Corona, laʃʃando herede la Gianna nuora del Duca, e primagenita de Solfoch, ,[sic] e dopo lei la ʃorella maritata al figliuol de Conte di Pambruc. Il quale teʃtamento fu dapoi approuanto per tutti principali del regno, che furono XXXIIII. Signori, & molti altri perʃonaggi; di che mai dal popolo niuna coʃa ʃi ʃeppe, come che per le prattiche, che ʃi faceuano, ʃi mormoraʃʃe, e dubitaʃʃe di qualche ʃtrana ʃucceʃʃione a quella Corona. or [sic] firmato che fu detto teʃtamento, ʃi uide in quel punto iʃteʃʃo leuarʃi un fiero tempo contuoni, & folgori, coʃe di rado uedute in
 
     
 
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quel regno, & delle ʃaette, che caderono, una percoʃʃe quella chieʃa, che fu prima a diʃcoʃtrarʃi dalla religione, e diʃubidire alla ʃede Apoʃtolica: coʃa notata da molti, & tenuta dapoi per gran ʃegno, e non ʃenza la uolontà di Dio. Continouando poi di giorno in giorno ʃempre il peggioramento del Re, & intendendoʃi per Londra che non potea uiuere molto alla lunga, s’offreʃe una gentildonna di uolerlo guarre, ogni uolta che foʃʃe poʃta alla cura ʃua. di che fattoʃi conʃiglio, ancora che da’medici: non foʃʃe mai acconʃentito, non uolendo dir eʃʃa il modo, col quale uolea medicarlo, ʃi delibero, che detta donna pigliaʃʃe la cura del Re, ʃi come fece, leuandone i medici. la qual in poco tempo moʃtrò, che’l medicamento ʃuo era ʃenza ragione, confucendolo all’eʃtremo della uita, per cagione de’ reʃtrittiui, ch’ella in cio uʃaua, i quali in piccioli ʃpatio gli gonfiròno le gambe, & grauarono la perʃona ʃua molto piu dell’uʃato. la onde conoʃciutoʃi l’inconeniente, fu licentiata da quella cura, & ritornarono i medici; ma però non gli giouarono molto, eʃʃendo gia ridotto a ter-
 
     
 
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mine, che per grandi che foʃʃero i rimedi, finalmente ʃi mori, & fu a’VI di Luglio l’anno 1553. & il VII de ʃuo regno, & dell’età ʃua XVI. il quale aperto, & imbalʃemato fu poʃto nella chieʃa di S. Pietro a Vaʃmeʃtro ʃopra un catafulco ʃenza candele, & con guardi di XII. gentilhuomini, che in fin’all’eʃʃequie continouamente uiʃtettero giorno, & notte.
     Maria fra tanto dimoraua per ʃtanza lontano da Londra XXIIII. leghe ad un luogo chiamato Eduardben nel paese Eʃʃex: la quale auertita molto ʃecretamente delle prattiche del Duca Notomberlano, da alcuni del medeʃimo conʃiglio, & auiʃata della malatia del Re minutamente, & d’ogni ʃucceʃʃo, & al fine della morte di ʃua Maeʃtà, ʃotto preteʃto, che in caʃa le foʃʃe morto un ʃuo ʃeruitore di peʃte, in un ʃubito ʃi leuò di quel luogo con poca parte della ʃua famiglia, & non tanta preʃtezza caualcò, che in una note fece XXXX. leghe uerʃo il paeʃe di Norfolch, il quale paeʃe: è uicino al mare. e tutto queʃto faceua per fuggire dalle mani del Duca, & eʃʃer
 
     
 
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in parte, onde ad ogni ʃuo biʃognopoteʃʃe paʃʃar in Franza. dauasi però in queʃta ʃua fuga nome, & titolo di Reina, per tale facendoʃi in ogni luogo proclamare, ʃi come in uero a quella Corona giuʃtamente ʃue cedeua. scriʃʃe ancora a’ Signori de conʃiglio, e principali del regno, che molto ʃi maragliaua, che eʃʃi nõ andaʃʃero a far il debito loro con lei come a lor uera, e legitima Reina, e ʃucceditrice in quel regno; & in queʃto mezzo cominciò a far certe poche genti, chiamando in aiuto ʃuo alcuni Signori di que’ paeʃi; e ciò per difenderʃi dale forze del Duca; il quale per poter hauer piu tempo à diʃporre le coʃe ne’ particolari di Gianna con buon’ ordine, non publicò la morte del Re infin’ a gli otto del mese, come colui, al quale biʃognaua trouar colore, che la ʃucceʃʃione ʃua fuʃʃe legitima, per poter acchetare il popolo, & con uiue ragioni moʃtrargli, che meritamente a lei ʃi douea. dopo la qual publicatione ʃi ʃtette ancora infin’ a X. ma non ʃenza prattiche di condurre Gianna in Torre, ʃe ben eʃʃa ricuʃaua di uoler accettare coʃi gran peʃo, non conueniente
 
     
 
[13b]
 
 
al ʃuo debole ingegno; nondimeno con molte lagrime alla fine perʃuaʃa dal Conʃiglio, dal Duca, e dal padre ʃi contentò di far il uoler loro, & coʃi leuata da Fiora, palazzo del Duca Notomberlano poʃto ʃopra il fiume Tamiʃe diʃcoʃto da Londra ʃette miglia, & accompagnata da molti Signori & principali del regno, fu cõdotta in Torre; alla porta della quale trouatoʃi il Duca le appreʃentò le chiaui di quella. nel qual atto, ʃe bene u’era concorʃo tutto il popolo, non però i ʃenti un minimo ʃegno di allegrezza. Queʃta che dimandano Torre, è un caʃtello il qual è da un capo di Londra, et batte in gran parte la città, e tutti quelli, che ʃuccedono alla Corona d’Inghilterra, fa biʃosgno, che auanti che peruengano a quella, dimorino in detto luogo X. giorni. e ciò dicono, perche ʃendo questa Torre di molta importanza, haueranno per ʃicuro, che quel ʃia uero ʃucceʃʃore nel regno quando ʃarà padrone di eʃʃa; che altrimenti non gli ʃarebbe conceʃʃo dal Conʃiglio. Queʃto Conʃiglio ordinariamente è di XXV. teste delle principali del regno: il quale è quello che ha la ʃuprema
 
     
 
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potestà in tutte le coʃe, & ʃenza eʃʃo il medeʃimo Re non può legitimamẽte diʃporre in coʃa importante. è ben uero che poi ʃecondo i caʃi e la neceʃʃità ue ne aggiungono alcuni à beneplacito del Re. Condotta Gianna in Torre, il medeʃimo giorno comparuero al’ conʃiglio le lettere di Maria, nellequali ʃcruieua che doueʃʃer’ andare à riconoʃcerla, ʃi come deueano, per lor legitima et uera Reina, & ʃucceditrice à quella Corona. Eʃʃendosi dunque inteʃo per dette lettere quanto ʃcriueua Maria, & come tutto il paeʃe di Norfolch non ʃolamente le rendeua ubidienza, ma per eʃʃa haueuano preʃole armi per difenderla; dubitarono, che eʃʃendoʃi fatta proclamar Reina in tutti quei paeʃi, non mandaʃʃe parimente à farʃi proclamar in Londra, maʃʃimamente perche ʃi conoʃceua à molto ʃuo fauor il popolo, & mal contento dell’ elettione di Gianna; e perciò ʃi riʃoluer ʃubito, che era à ʃei hore dopo mezo giorno, di fare che gli araldi accompagnati da trenta allbardieri del Re proclamaʃʃero Gianna Reina in tre, or qauttro luoghi della terra; non u’eʃʃendo
 
     
 
[14b]
 
 
ʃpatio di tempo a farlo in piu; riportandoʃi al giorno ʃeguente di fornire, ʃi come fecero poi: la qual proclama non paʃsò X. leghe lontano da Londra, non potendo i populi udirla, come odioʃa ad ogn’uno, e di modo che ne gli araldi porpri ʃi conoʃceua la ʃcontentezza loro, & la mala uolontà, con che la leggeuano. & era di queʃto tenore la detta proclama.
     Gianna per gratia di Dio Reina d’Inghilterra, di Franza, & d’Irlanda, difenditrice della fede; & principal capo ʃotto Christo in terra della Chiesa d’Inghilterra, et d’Irlanda, a tutti noʃtri molto amati, fedeli, & ubidienti ʃudditi, & a ciaʃcun di loro ʃalute. Concioʃia che’l noʃtro molto amato, & cariʃʃimo cugino, Odoardo ʃeʃto, ultimamente Re d’Inghilterra, di Franza, & d’Irlanda, difenʃor della fede, & zapo
[sic] principale in terra ʃotto Christo della Chiesa d’Inghilterra, & Irlanda, per patente ʃegnata di ʃua mano, & ʃuggellata del ʃuggello grande d’Inghilterra, & data la XXI. di Giugno, l’anno ʃettimo del ʃuo regno, in preʃenza della maggior parte de’
 
     
 
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ʃuoi nobili, conʃiglieri, giudici, & diuerʃi altri graui, & ʃaui perʃonaggi, per beneficio, & ʃicurtà di tutto il regno, queʃti conʃentienti ʃottoʃcriuendo di lor manno: & in medeʃimo habbia per ʃue lettere patenti recitato, che per quanto la Regal Corona di queʃto regno, per ʃtatuto fatto l’anno XXXV. del regno del gia Henrico VIII. di felice memoria, noʃtro progenitore, e zio grande, per mancamento d’herede del prefato noʃtro cugino Re Edoardo VI. fusse per l’auenire ʃtatuito, limitato, & aʃʃegnato à douer rimanere à Maria ʃua figliula maggiore, & all’herede legitamo di lei, &, in caʃo di mancamento di tal herede, doueʃʃe rimaneread [sic] Eliʃabetta, ʃua ʃeconda figliuola, & all’herede legitimo di lei, con condition tali, quali fuʃʃero limitate per il paʃʃato Henrico VIII. per ʃue lettere patenti ʃotto il ʃuo gran ʃuggello, e per ʃuo teʃtamento in ʃcritto, ʃegnato di ʃua mano. & concioʃa che la detta mutatione della Corona di queʃto regno, & data alla prefata Maria & Eliʃabetta, eʃʃendo quelle illegitime, e non le-
 
     
 
[15b]
 
 
gitimamente generate. Perciò che’l matrimonio, che fu tra il Re Henrico ottauo, & Caterina, madre della prefata Maria, & coʃi il matrimonio, che fu tra il detto Re Henrico, e la Signora Anna, madre della predetta Eliʃabet, furono chiaramente et legitimamente disfatti per ʃentenze, e diuortij conformi alla parola di Dio, & alle leggi eccleʃiaʃtice, i quali diuortij ʃono ʃtati riʃpettiuamente ratificati, & confermati per autrità [sic] di parlamento ʃpeciali nell’ anno XXVIII. del regno del prefato Re Henrico, tuttauia, rimanendo la detta ratificatione in forza, uirtù, & effetto, il perche tanto Maria, quãto Eliʃabetta ad ogni occorrẽzza, & ad ogni proposito ʃono totalmente fatte in habili à dimandar et pretendere la regal corona di queʃto regno, o alcun de gli honori, taʃtelli [sic, ‘castelli’], ʃignorie, terre, tenimenti, o altre heredità, come heredi del prefato noʃtro legitimo Odoardo, o come heredi di altra perʃona, o perʃone, coʃi per la cauʃa di ʃopra recitata, come perche la prefata Maria et Eliʃabetta erano ʃolamente di mezo ʃangue al noʃtro prefato cugino, & perle
 
     
 
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leggi antiche, & per lo coʃtume de queʃto regno, non debbono ʃuccedere à noʃtro cugino, ancora che fuʃʃero nate in matrimonio legitimo, il che in effetto non fu, come per le ʃentenze predette e diuortij, & per lo detto ʃtatuto, fatto l’anno XXVIII. del regno di Henrico ottauo, apertamente appare; e come concioʃa che, come egli è da penʃare, o almeno da dubitare, che ʃe la detta Maria, & Eliʃabetta hauereʃʃo o godeʃʃero queʃta imperial Corona di queʃto regno, & accadeʃʃe che ʃi maritaʃʃer ad alcun foreʃtiero, nato fuor di queʃto regno, in tal caʃo eʃʃi foreʃtieri, hauendo la Corona, et il gouerno melle mani, adoparebbe, & pratticarebbe non ʃolamẽte di ridurre queʃto nobile et franco regno in ʃeruitù della Chieʃa di Roma, ma ancora à uoler che le leggi, et coʃtumi del ʃuo natio paeʃe fuʃʃero eʃʃercitate, et meʃʃe in uʃo in queʃto regno, piu toʃto che le leggi, coʃtumi, et ʃtatuti lungo tempo qui offeruati, da’ quali dipende ogni titolo di heredità, ponẽdo ciascuno de’ʃoggetti di queʃto regno à gran pericolo della conʃcienza, & total ruina del ben publico. Sopra che il
 
     
 
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prefato noʃtro cugino, ponderando, & conʃiderando fra ʃe, & che modi fuʃʃero conueniente per trouar ʃoʃtegno alla ʃucceʃʃione della prefata Regal Corona, ʃe a Dio piaceʃʃe chiamarlo di queʃta uita, non hauendo eli figliuoli; e riducendoʃi a memoria, che noi, e la Signora Caterina, e Maria, noʃtre ʃorlle, filgiuole della Signora Franceʃca, mdare noʃtra naturale, e moglie del noʃtro amantiʃʃimo padre Henrico, Duca di Sofolch, e la Signora Margarita, figliuola della Signora Eleonora, gia ʃorella della prefata Sig[nora]. Francesca, e gia moglie del noʃtro cugino, Conte di Coberlant, erano molto promiʃʃe del ʃangue di ʃua Maestà, dalla parte di detto ʃuo padre, progenitor noʃtro, e zio grande; & eʃʃendo naturali, nate qui in queʃto regno, & per la molta buona opinione, che ha hauuto do noi, & della buona educatione della prefata noʃtra cugina Margherita, hauendo per la deliberatione & uiʃo per le predette lettere patenti dichiarato, ordino, aʃʃegnò, limitò, et determinò, che accadendo, che’l prefato noʃtro cugino Odoardo ʃeʃto moriʃʃe ʃenza fi-
 
     
 
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gliuoli legitimi, in tal caʃo la detta regal Corona d’Inghilterra, e d’Irlanda, e confini di quelle, & il ʃuo titolo al regno di Fraqncia, & tutti gli honori, caʃtelia, prerogatiue, preminenze, auttorità, giurisditioni, dominij, poʃʃeʃʃionni, & heredità al prefato noʃtro cugino Odoardo VI. o alla detta regal Corona appartenenti, o in maniera alcuna ʃpettanti, doueʃʃe per mancamento de’ figliouli, & eʃʃere il piu uecchio filgiuolo maʃchio della prefata Signora Franceʃca legitimamente generato, e nato in tempo de ʃua uita, & a gli heredi maʃchi, che legitimamente naʃceranno del prefato piu uecchio figliuolo, e coʃi di figliuolo, in figliuolo, ʃecondo che ueniʃʃero, per ʃucceʃʃione della prefata Signora Franceʃa legitimamante naʃcendo, in tempo della uita del prefato noʃtro Cugino, e coʃi a gli heredi maʃchio di ciʃcono de’ prefati legitimi figliuoli, & in caʃo del mancamento di tal figlioulo, che nato fuʃʃe, durante ʃua la uita, e mancando heredi a quelli, in tal caʃo la detta regal Corona con tutte le ʃue pertinenze rimaner doueʃʃe anoi nominata Signora Gianna
 
     
 
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figliuola maggior della prefata Signora Franceʃca, & al’ herede maʃchio, che della noʃtra perʃona legitimamente naceʃʃe, con diuerʃe altre conditioni, come per le predette lettere patenti diffuʃamente ʃi narra. Dopo la data dellequali, cioè Gioudei paʃʃato, che fu il VI. di queʃto preʃente meʃe di Luglio, è piaciuto a Dio, chiamare alla ʃua infinita miʃericordia il detto noʃtro cariʃʃimo, & amattiʃʃimo cugino, Odoardi VI. alla cui anima ʃua diuina maestà perdoni; & eʃʃendo egli morto, ʃenzxa herede, ne rima nendone alcun legitimamente generato della perʃona del prefato noʃtro pregenitore, et nostro granzio, Henrico VIII. & non hauendo la detta noʃtra Signora madre figliuoli maʃchi, nati in tempo della uita del prefato noʃtro cugino Odoardo VI. onde la detaa regal Corona, e ʃue appartenenze, hora è, & rimane attuale, & reale poʃʃeditrice per uirtù delle dette lettere, et patenti: Noi per queʃto ʃignifichiamo per le preʃentia tutti i noʃtyri amantiʃʃimi fedeli, & ubidienti ʃudditi, che coʃi come noi per noʃtra parte, mediante la gratia di Dio, ci
 
     
 
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moʃtraremo gratioʃiʃʃima, benigna, & ʃoprana Reina à tutti i noʃtri buoni ʃudditi, in ognio lor giuʃta, & legitima cauʃa, & con tutto il poter noʃtro, perʃeuerareno, & manterremo la ʃantiʃʃima parola di Dio, la Chriʃtiana pietà, le buone leggi, et coʃtumi, & la libertà di queʃto noʃtro regno, & dominio, coʃi non dubitiamo, che eʃʃi, & ciaʃcheduno di loro dal canto ʃuo all’incontro ad ogni tempo, et in ogni caʃo non ʃiano per moʃtrarʃi à noi, lor uera, naturale, & leale Reina, ʃeruidori fedeliʃʃimi, amoreuoli, et ubidienti, conformi al lor obligo, & fedeltà; nel che ʃatisfaranno a Dio, & faranno coʃa, che tenderà alla lor preʃeruatione, & ʃicurtà: uolendo, & commandando a ciaʃcuno di qualqunque grado, ʃtato, et conditione, a mantenere la noʃtra pace, & concordia; & ubidire alle noʃtre leggi, per quanto ʃtimano il fauor noʃtro, & la ʃalute loro. In teʃtimonio di che, habbiamo fatto fare la preʃente, teʃtimonio noi ʃteʃʃa alla Torre noʃtra di Londra, a X. di Luglio, l’anno M.D.LIII. il primo noʃtra anno. Dio guardi la Reina.
 
     
 
[18b]
 
 
Continuouando poi la nuoua, che ognihor piu ʃi ʃolleuauano genti a fauor di Maria,et che molti conʃiglieri andauano a ʃeruirla, il Duca cominciò ʃimilmente, e con molta diligenza as eʃpedire alcuni Signori ʃuoi confederati, & amici, per impedire, che le genti di Maria non creʃceʃʃero in maggior numero: a’li quali, ʃecondo la qualità di ciaʃcuno, daua carico, mandandoʃi in diuerʃe parti, per ragunare quante piu genti poteʃʃero, con commiʃʃione di ʃtar per marchiare ad ogni ʃuo ordine, tra quali diede carico di far quattremila fanti, ad un fratello del Conte di Nutenton, & eʃʃo fattigli, in un ʃubito ʃe ne paʃsò con le genti in fauore di Maria; dallaquale fu molto caramente raccolto, e ben uedeto; & ʃcriʃʃe una lettera al Conte do Nutenton ʃuo fratello, ilquale era appreʃʃo il Duca, dicendogli che come a traditore ʃperaua torgli la uita, quando non dipartiʃʃe dal Duca, il qual fuor di ogni ragione cercaua occupare il dritto di Maria, uera ʃucceditrice di quel regno, & farʃi tiranno, ponendolo in perpe tua ʃeruitù; eʃʃortandolo a riconoʃcerʃi, e
 
     
 
19
 
 
gittarʃi a piedi d’eʃʃa Maria. Molti conʃiglieri fecero il medeʃimo, di paʃʃar a Maria, & fauorirla; ma molti ancora preʃero le armi, & aʃʃoldarono genti contra lei, a fauor del Duca; i quali, per dar preʃtezza all’eʃpeditione, offeriuano per ciaʃcun ʃoldato otto ʃcudi il meʃe, & le ʃpeʃe. et eʃʃo Duca haueua anchora dato ordine ad alcune naui armate, che ʃteʃʃo preparate per ogni accidente, che haueʃʃe potuto naʃcere: con lequali diegnaua impedire tutti quei ʃoccorʃi, che haueʃʃe uoluto dare ʃua Maestà Ceʃarea à Maria dalla parte di Fiandra: lequai naui, inteʃo il camino, a tendeua il Duca, ʃe ne paʃʃarono anch’eʃʃa all uolta di quel paeʃe, doue era Maria; allaqual fecero intendere com’erano à suo ʃeruitio, conoʃcendola lor uera, & natural Reina, & che commandaʃʃe, che erano per ubidirla; ond’eʃʃa il ringratiò molto della lor buona uolontà; & dapoi cauò delle dette naui, & artiglieria, et monitione, et genti, per forti ficarʃi maggiormẽte contra l’impeto del Duca, intendendo lo sforza grande & la ʃubita preʃtezza, con che egli diʃegnaua uenire ad
 
     
 
[19b]
 
 
opporʃi, et disʃare tutte le ʃue genti. Reʃtaua il Duca di prouedere al ʃuo eʃʃercito di Capitan generale: & perche partendoʃi egli del Conʃiglio, per andare con detto eʃʃercito, dubitaua, che fuori della ʃua preʃenza, naʃceʃʃe alcun mouimento, alquale non poteʃʃe dapoi prouedere a tempo, ne con rimedi, ne con l’auttorità ʃua, haueua diʃegnato generale il Duca di Suffolch; padre di Gianna, allora proclamata Reina: ma eʃʃo conoʃcendo in conʃcienza ʃua non eʃʃere coʃa ragioneuole il prender l’armi contra la ʃua legitima Reina, o pur che per dapocaggine non gli baʃtaʃʃe l’animo, non uolse tal carico accettare; dimodo che il Duca Notomberlano fu neceʃʃitato andarui egli in perʃona, & dato prima quelli ordini, & auuertimẽti al Conʃiglio, che gli paruero neceʃʃarij, laʃciando il detto Conʃiglio in Torre, preʃʃo a Gianna, & in ʃuo luogo il predetto Duca di Suffolch, ʃi parti à 24. di Londra con quattro ʃuoi figliuoli, hauendo mandato il Conte di Varoic, ʃuo primogenito, con 500. Caualli cõtra Maria a Eduardbẽ. haueua ancora ʃeco un ʃuo fratello, il qual haueua nomina-
 
     
 
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to maeʃtro di campo, eraui parimẽte il Marcheʃe Norrantun, il Conte di Nutenton, con diuerʃi altri Cauallieri, & Signori del regno, i quali, computati i soldati, erano in tutto due mila caualli, & otto mila fanti, con gran prouisione di artiglieria, e di monitione da campo, & altre coʃe neceʃʃarie, e ʃi conduʃʃe à Cambrigi, lontano da Londra XX. leghe; nelqual luogo ʃi fermò due giorni, per viuedere il ʃuo eʃʃercito, ilquale, come prima uʃcì di Londra, in gran parte cominciò a sbandarʃi, come quello, che mal uolentieri andaua contra Maria. di che auuedutoʃi egli mandò a chieder ʃoccorʃo di genti al Conʃiglio poi che de’ primi uen’erano rimaʃi pochi. Partito il Duca di Londra, et reʃtato il Conʃiglio, in Torre, ancora che il Duca di Suffolch fuʃʃe in ʃuo luogo, non eʃʃendo eʃʃo di molto ualore, ne hauendo la perʃona ʃua auttorità piu che tanto, furono alcuni Signori di detto Conʃiglio, i quali tra loro diʃcerrendo liberamente intorno a ciò, conobbero, come era coʃa iniqua, & fuor d’ogni debilo loro, comportare, che fuʃʃe leuato il regno a colei, ch’era legitima
 
     
 
[20b]
 
 
figliuola d’Henrico loro, Re, alquale eʃʃa per diritta ragione, e di Dio, e del mondo doueua ʃuccedere: &ʃottoporʃi coʃi uituperoʃamente per timore ad un publico tiranno, mancando all’obligo, che ʃi dee al ʃuo Re, all’honor di ʃe ʃteʃʃi, & alla patria. Per laqual coʃi congiunti di uolere, uʃcirno fuor della Torre, ʃotto preteʃto, che hauendo il Duca mandato a chediere aiuto, & nuoue genti, uolea parlare, & prender auiso da gli Ambaʃciatori di Francia ʃopra certa fanteria, che’l predetto Duca mandaua a ʃoldare in Piccardia, & conducendoʃi i detti Signori a Banis, caʃtello del Conte di Pembruc, nelqual luogo, eʃʃendo concorʃi i principali del Conʃiglio, ʃi per auttorità, & ualore, come per ʃequito, & ricchezze, fu facil coʃa chiamarui il rimanente, ʃi come fecero poco dapoi, eccetto però il Duca di Suffolch, che reʃtò in Torre preʃso alla figlia: alqual conʃiglio ridotti che furno inʃieme, il Conte d’Arondel, unode’ principali del regno, e del detto Conʃiglio, parlò in cotal modo.
     S’io non haueʃʃe ragioni baʃtanti, Si-
 
     
 
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gnori, e fratelli miei, per potere iʃgannarui dell’errore, in che fin hora ʃiamo incorʃi, altri per timore, altri per uolontà, ueramente doueri eʃʃer tenuto troppo audace, & poco amatore di me ʃteʃʃo, hauendo io a parlare contra la perʃona del Duca Notomberlano, huomo & di ʃuprema auttorità, & che ha in mano tutte le forze noʃtre, & ʃimilente uago del ʃangue de gli huomini, come auello; che è di poca, o diniuna conʃcienza: ma per che confido in Dio; e nelle uoʃtre menti, dotate e di giudicio, e di prudenza, ʃi come per altri tempi ho conoʃciuto, io non dubito punto, che uoi non habbiate a concorrer meco in parere, & ch’ io nó ui habbia a moʃtrare, come debbo prezzar poco tiranno: alla qual coʃa nõ mi ʃpinge alcuna paʃʃione; o l’ambitione, per che deʃideri anchor io di dominare; o’l diʃiderìo della uẽdetta, tutto che coʃi impiamente m’habbia tenuto uicino ad un’anno prigione & procurato la mia morte con tanti ʃcelerati ufficì, ʃi come uoi ʃete teʃtimoni: ma ʃolamente la ʃalute del ben publico, & la libertà di queʃto regno; allaquale e per debito del mondo, e
 
     
 
[21b]
 
 
di natura ʃiamo ubligati non meno, che a noi ʃteʃʃi: e medeʃimamente il rimordimente della mia conʃcienza, uedendo occupar le ragioni di Maria, ʃucceditrice a queʃta Corona, e che ci ʃia leuata quella franchezza, con laquale ʃiamo uiuuti ʃi lungamente ʃotto i noʃtri legitimi Re. Lequai coʃe ʃe ne’ noʃtri petti ʃaranno conʃiderate fuori di paʃʃione, e d’intereʃʃe, uoi le conoʃcerete eʃʃer difficili a comportare, e degne d’eʃʃer biaʃimate. Credo, che i modo, che uʃa il Duca nel uolerʃi inʃignorire di queʃto regno, non ui ʃiano occulti; & che conoʃciate, come ne zelo del ben publico, ne della religione a ciò lo tiri, ma ʃolo l’ambitione del regnare. per cioche ben publico non ʃi chiama, uoler porre in ʃeruitù un regno libero; ne in colui ʃi dirà eʃʃer religione, che ha uiolata la fede cõtra il ʃuo Re. e medeʃisimamente io ʃon certo, che ʃapete, come a Maria, figlia legitima, & naturale di Henrico noʃtro Re, peruiene queʃta Corona dirittamente per ʃucceʃʃione. Perche dunque debbano coʃi corrõpersi i uoʃtri animi, & cõportare, che uno ingiuʃtamente occupi quel, che non è ʃuo non ueg-
 
     
 
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go la cagione. Queʃto ʃarà ueramente ben publico ʃe reʃtituirete la publica libertà. di che ogniuno rallegrarete, ʃi come hora orniuno ʃi attriʃta di coʃi uiolenta ʃucceʃʃione. Et queʃta ʃarà uera religione: perche uʃcrete giustitia, rendendo il ʃuo dritto a chi ʃuccede per giuʃto titolo di heredità. Non uegliate credere, che in colui ʃia coʃa buona, che coʃi ʃenza uergogna ardiʃce di uoler por le mani nel ʃangue di Re. percioche alla fine uederʃte, hauendo eʃʃo in mano il regno, che farebbe ubidire la ragione all’ appetito, ʃcacciando quella, & amando queʃto. onde naʃconno poi l’ingiustitie, uiolenze, rapine, ʃeditioni, crudeltà, & ogn’altra ʃorte di ʃceleraggine: & a uoi ʃarebbono leuate di modo le forze, che non ui hauereʃte allhora rimedio. E per contrario ʃe uorremo riguardare in Maria, uedremo ogni coʃa buona riʃplender in lei: della quale non potremo ʃperare, ʃe non uera giuʃtitia, perpetua quiete, pietà, miʃericordia, e buon gouerno: le quali coʃe anchora che fuʃʃero in altrui, meglio ʃi godono ne’ ʃuoi Re, e con maggior attentione ʃi mirano, che ne gli altri. e pe-
 
     
 
[22b]
 
 
rò queʃte, come coʃe buone debbiam amare, cercare, & ʃeguire, il che non debbe parerui difficile a fare, percio che, ʃe bene il Duca ʃi troua con l’armi in mano, ʃono però noʃtre, e ʃi moʃtreranno a noʃtro fauore, ʃempre che noi uniti ci concordiamo in parere, e maggiormente hora, che uedete, che la più parte del ʃuo eʃʃercito ʃe n’è fuggito: & tutto ciò per la mala contentezza, che tutta l’Inghilterra ʃente nel uedere inalzato al regno perʃona, che non ha alcuna ʃorte di ragione, & priuata quella, alla quale di uera ʃucceʃʃione peruiene: & ʃe forʃe ui pareʃʃe far mancamento hora col chiamar uoʃtra Reina Maria, hauendo poco fa gridata Gianna, moʃtrandoui in queʃta parte uolubili, dico, che per ciò non douete rimanere; percioche ʃi conuiene dopo un errore ammendarʃi, ʃpeicalmente [sic] hora, douendo naʃcere a uoi honore, ʃalute, e libertà, quiete, & ʃatiʃfattione ne gli huomini, la doue, non ammendandoui, moʃtrate d’eʃʃ poco amatori di uoi ʃteʃʃi, facendoui ʃerui, & ingrati all patria, ʃprezzando le leggi, con occaʃione, che tutto queʃto regno reʃti in conti-
 
     
 
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nouo trauaglio, con altri infiniti danni, che ne riʃultano: tra quali è da conʃiderare, che già le fattioni ʃono diuiʃe, & che alcuni tengono quella di Maria, & altri quella del Duca: le quali ʃaranno la ruina di queʃto regeno, percioche uedete il fratello contra il fratello, il zio contra il nipote, il ʃuocero contra il genero, il cugino contra il cugino; e di mano in mano andarete uedendo nimici quelli, che ʃono d’un ʃangue iʃteʃʃo, & di piu promiʃʃi, con che uerranno a mancar le forze di queʃto regno per coʃi fatta diuiʃione laquale alla fin ʃarà cagione di trarre in detto regno l’armi foreʃtiere: in modo che fra poco tẽpo doueremo aʃperttare d’eʃʃer in preda de’ ʃoldati noi, le noʃtre facultà, i figliuoli, e le mogli, con ultima ruina della nobiltà noʃtra. Et hauendoʃi a leuare una delle due fattiono, mirate, ui prego, qual è piu honeʃto, che ʃi leui, & doue piu giudicate eʃser uoʃtro debito: che ʃon certo, ʃe la uiltà del uoʃtro animo non u’impediʃce, o la ʃperanza del uoʃtro intereʃʃe non ui accieca, che direte quella del Duca, come quella, che è fuor di ragione, ingiuʃta, & che fa-
 
     
 
[23b]
 
 
rebbe atta a generar molti mali, & inconuenienti. Il che ʃe è conoʃciuto da uoi, e ancor degna coʃa, che ui ʃi prouegga come ʃi conuiene. ne ʃo io uedere, qual prouiʃione poʃʃa eʃʃere piu lecita, o piu ragioneuole di queʃta, che tutti inʃieme con un medeʃimo animo rendiamo ubidienza alla noʃtra Reina, la pace a’ popoli, e la libertà a noi ʃteʃʃi, e leuiamo l’auttorità al tiranno, priuandolo di forze, rendendo il giuʃto titolo di queʃta Corona a chi ʃi dee. nelqual caʃo darete luogo alla giustitia, e ʃarete detti pietoʃi uerʃo gli huomini, e uerʃo Iddio, ilqual non ui abbandonerà mai in coʃi glorioʃa impreʃa. Qui ʃi tacque il Conte d’Arondello: ilquale non coʃi preʃto diede fine al ʃuo ragionamente, che leuatoʃi in piedi il Conte do Pembruc, diʃʃe queʃte parole. Non mi occorre di pigliare la fatica di ridire tutto quello, che ha detto il Conte d’Arondello, hauendo eʃʃo ragionato a baʃtanza: maʃʃimamente, che conʃco gl’ingegni uoʃtri coʃi alti, ch’io non dubito punto, lui eʃʃere ʃtato pienamente inteʃo da uoi: ma dirò ʃolo, che, quanto a me, approuo tutto ciò, ch’egli ha
 
     
 
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detto; & mi obligo di uoler cõbatter queʃta querela contra che uoleʃʃe dire il contrario. Et, accompagnate queʃte ultime parole col metter mano alla ʃpada, ʃoggiunʃe; E qunado le perʃuaʃioni del Conte d’Arondello nõ habbiano luogo appreʃʃo di uoi, o queʃta ʃpada farà Reina Maria, o perderò io la uita. Intendendo per la perʃuaʃione la ragione, & per la ʃpada la forza.
     L’auttorità di quʃti due Signori, le guiʃte & honeʃte ragioni, con che l’accompagnauano, fecero, che molti altri, & quaʃi la maggiore parte del Conʃiglio, confermarono eʃʃere benfatto a chiamare lor Reina Maria: ma però uo furono di quelli, che allegrano, douerʃi prima auuertire il Duca, & procurare tra tanto do ottenere un perdon generale dalla Reina. ma perche queʃti furono di poco numero, non ʃi approuò altrimente: anzi in un ʃubito, ʃenza metter tempo in mezo, ʃottoʃcriʃʃero tutti d’accordo una proclama, per bandire Maria Reina. ilche fatto & fra tanto hauendo mandati da
150. huomini à lor diuotione in Torre, con diuerʃi modi piu ʃe-
 
     
 
[24b]
 
 
creti, per cauarne fuori il Duca di Suffolch, quando che non haueʃʃe uoluto uʃcirne amoreuolmente, gli fecero intendere, che, come uno del cõʃiglio, andaʃʃe a ʃottoʃcriuerʃi alla proclama, per gridar Maria Reina, come ʃuo giuʃto titolo. La qual coʃa inteʃa dal Duca, & auuedutoʃi per le genti, ch’erano in Torre, che ne ʃarebbe cauato per forza, diʃpoʃe di andarui: ma prima entrato nella camera, dou’era la figliuola, e leuato il baldachino di detta camera, le diʃʃe, che non ʃarrebbe piu Reina: laqual riʃpoʃe, che quelle parole erano molto piu conuenienti, che quelle, che poco fa le haueua detto, quando la conʃigliò ad accettare il regno: & che ʃe da gli effetto non ʃi giudicaʃʃe ʃempre la prudenza de gli huomini, che molti ʃariano tenuti ʃaui: ma il paragone, che è l’effetto, ʃcopre, & iʃganna le genti. Ilche detto, ʃi ritirò in una camera priuata con ʃua madre, & altre Signore, benche con molto dolore, però con grand’ animo, e molta conʃtanza. Il Duca di Suffolch tra tanto andò a trouare il Conʃiglio, dal quale gli fu fatto intendere la deliberatione preʃa del
 
     
 
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dichiarare Maria Reina, e ʃimilmente le ragioni, per le quali a ciò fare ʃi moueuano. La onde egli ancora ʃo ʃottoʃcriʃʃe alla proclama, & moʃtrò concorrere nell’ opinione de gli altri, ʃe bene era contra ʃua uoglia. laqual proclama ʃottoʃcritta da tutti, a XIX. del detto meʃe, intorno alle quattro hore dopo meʃo giorno, fu publicata con queʃte parole. Maria, per la Iddio gratia, Reina d’Inghilterra, di Franza, & d’Irlanda, difenditrice della fede, & in terra ʃupremo capo della chieʃa d’Inghilterra, a tutti noʃtri amoreuoli, fedeli & ubidienti, ʃalute. Eʃʃendo piaciuto all’omnipotente Iddio di chiamare a ʃi il molto eccellente Prencipe Odoardo VI. già noʃtro fratelleo, precioʃa memoria, onde la Corona regale del regno d’Inghilterra, & d’Irlanda, col titulo di Franza, et tutte la’ltre coʃe appartenẽtia quella, molto dirittamente & legitimamente peruengono a noi, ui ʃignifichiamo, che eʃʃendo il noʃtro diritto, & titolo quello, che ci prendiamo, et ne ʃiamo in poʃʃeʃʃo, giuʃto, e legittimo, non dubitando, che tutti i noʃtri fedeli, & leali ʃoggetti, non ʃiano per
 
     
 
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accettare, & per ubidire a noi, come loro naturale, legitima, & ʃoprana Signora & Reina, corriʃpondenti al debito della loro perpetua fedeltà, aʃʃicurandoli, che ne loro affari coʃi troueranno noi gratioʃa, come nel tempo paʃʃato hanno trouati gli altri noʃtri nobiliʃʃimi progenitori. Queʃta proclama come ho detto di ʃopra, fu fatta in Londra, a 19. di Luglio, l’anno 1553.
     Allaqual proclama eʃʃendo concorʃo tutto il popolo, & inteʃoʃi il nome di Maria, tale fu l’allegrezza, che il Conte di Pembruc, ilquale di ʃua bocca la leggeua, nonpote finire per lo grido, che faceuano nel diʃiderare uita all Reina, ilqual Conte tenendo una beretta in capo di molta ualuta, adornata d’oro, & di gioie, la gettò uia: come coʃtuma quella natione, quando hanno una allegrezza ʃegnalata, & in un ʃubito ʃi ʃenti un romor di campane, uideʃi tanto apparecchio di tauole per le ʃtrade, tanti fuochi, & altri ʃegni di allegrezza, che ben ʃi potea conoʃcere ueramente l’immenʃa ʃatisfattione di quel popolo. Non molto doppo
fatta detta proclama, alcuni di quelli Si-
 
     
 
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gnori del Conʃiglio andaronno a San Paolo, chieʃa maggiore di Londra, nella quale fecero cantare il, Te Deum, & ʃuonar gli organi: coʃa non prima uʃata da loro: & altri andarono col Duca di Suffolch alla Torre, per fare intendere alla Gianna, & alle due Ducheʃʃe, che ʃi ritornaʃʃero alle caʃe loro; et che doueʃʃero tenere per reina quella, che nuouamnete haueuano proclamata. il che fu coʃi fatto: & hauendone cauato la ʃua gente il Duca di Suffolch, fu data la guardia di Torre, & di Gianna medeʃimamente a Milordo Vanden, laʃciando, che a ʃue uoglie poteʃʃero partire quelle Signore che haueuano accompagnata detta Gianna, ʃi come fecero poi; che ogniuno di loro ʃe ne andò a caʃa, abbandonãdo detta Gianna. Nel fine della notte il Conte d’Arondel, e Milordo Paggetto montarono per le poʃte, & andarono a trouare la Reina: alla quale diedero conto di quanto haueuano fatto, e furono ben ueduti da lei, et accarezzati. Scriʃʃe dapoi il Conʃiglio al Duca di Notomberlano la pronuncia della proclama, fatta in Londra della Reina Maria, & gli comman-
 
     
 
[26b]
 
 
dò, che doueʃʃe ʃimilmente faria proclamare nell’eʃʃercito, & che diʃarmaʃʃe, & andaʃse egli alla miʃericordia di ʃua Maeʃtà. onde il Duca, inteʃe queʃte nuoue, ʃi ʃtrappò la barba; ma però, come ʃauio, naʃcondendo in publico l’intrinʃeco del cuore, fece proclamare la Reina, gittando parimente anch’eʃso la beretta, inʃegno di molta allegrezza. ilche ʃentito da quelle genti, che gli erano reʃtate, che non erano però molte, la maggior parte cominciò a paʃsare a fauore della Reina: tra quali furono molti Signori principali del regno; che gittandoʃi a piedi di ʃua Maeʃtà, trouarono perdono. Queʃto fece reʃtare molto impedito il Duca, non hauendo rimedio a’caʃi ʃuoi; trouandoʃi abbandonato da ogniuno, ne ʃapendo, che farʃi, & però, ʃtando coʃi ʃoʃpeʃo, andò nuoua a Londra, ch’egli, come diʃperato, con forʃe duo mila huomini, che u’erano reʃtati, andaua a metter fuoco a quella terra. la quale, ben che per coʃi nuouo accidente molto temeʃʃe, propoʃeperò di uolere arditamente difenderʃi ma poco dapoi s’inteʃse ciò non eʃʃer uero altrimenti; anzi, che i
 
     
 
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soldati della guardia del Re morte, i quali eʃʃo Duca hauea menati ʃeco la notte medeʃima della proclamatione della Reina, ʃi erano riʃoluti tra loro di far dimoʃtratione al mondo, ch’ eʃʃi non erano andati di lor uolontà a ʃeruire il Duca, ma ch’erano andati al Sig[nore]. Gio[vanni]. Gatte, lor Capitano, & l’haueuano coʃtretto ad andar con loro a uitenere il Duca, eʃʃendo intorno due hore inanzi giorno: ilquale trouarono con gli ʃtiuali in piedi, per fuggirʃene, & lo arreʃtarono con queʃto proteʃto, che uoleuano, che fuʃʃe loro ʃcudo a ʃaluarli della pena, nella quale erano incorʃi per hauerlo ʃeguito contro all lor Reina. a’quali eʃʃo riʃpoʃe, che non ʃapeua dar loro altro conto di queʃto, eʃʃendo eʃʃo ʃimilmente ʃtato mandato dal Conʃiglio a quella impreʃa; et che non poteuano, come grande Mareʃcial d’Inghilterra, far prigione: cercando con molte parole amoreuoli uolerli acchetare: le quali in modo alcuno non haueuano giouato: onde era ʃtato coʃtretto a darʃi loro prigione: & che, inteʃo ciò dalla Reina, haueua mandato il Conte d’Arundel con alcuni altri Sig[nore].
 
     
 
[27b]
 
 
che haueuano fatto prigione eʃʃo Duca, ritenendo ʃimilmente i figliuoli, il fratello, il Conte di Nutenton, il Signor Gio[vanni]. Gattz, & Ari ʃuo fratello, e Thomas Palmier; e che il Duca eʃʃendoʃi inginocchiato a piedi del Conte d’Arondel l’hauea pregato, che in quella ʃua auuerʃità uoleʃʃi eʃʃergli buõ amico, dal qual Cõte gli era ʃtato riʃpoʃto molto amoreuolmente, & con corteʃi parole. Coʃi a 25. di detto meʃe entrò in Londra il Conte co’prigioni ʃopraʃcritti: & il giorno dapoi ui fu condotto il Marchese di Noranton con alcuni altri, eʃʃendo e queʃti, e quelli accompagnati da molte ingiurie, e da gran numero di popolo: e ʃarebbe ʃtato facil coʃa, che foʃʃer ʃtati lapidati da quella moltitudine, & morti, ʃe con l’auttorità loro que’ Signori, che n’haueano cura, non gli haueʃʃero ben guardati. tanto sdegno ʃi uedeua ne gli animi del popolo. e coʃi tutti furono poʃi in prigione in Torre, con molti altri ancora che ui furono di giorno in giorno condotti; tra quali uno fu il Duca di Suffolch, per ordine della Reina. Inteʃoʃi poi la proclamatione della Reina da Eliʃa-
 
     
 
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betta ʃua ʃorella, & la preʃa del Duca, ʃtan d’eʃʃa fuor di Londra a certi luoghi ʃuoi, ʃi parti per andar a render alla detta Reina, ʃua ʃorella, quella ubidienza, che ʃi conueniua, & rellegrarʃi ʃeco: onde paʃsò per Londra a 29. Accompagnata da piu di 500. caualli, dimoʃtrandoʃi grata, & humana, uerʃo ogn’uno.
     Et coʃi in queʃta attione, come in molte altre ʃi può uedere, quanto noʃtro Signor Iddio habbia cura di queʃta benigniʃʃima Reina dandole in mercede della ʃua patienza l’ubidienza da colei, allaquale ʃua Maestà altre uolte haueua portato lo ʃtraʃʃino della ueʃte; e ciò perche dando Henrico fauore ad Eliʃabetta per eʃʃer ella di dottrina eccellente, penʃaua con tai modi far mutare la buona, & catolica opinione ad eʃʃa Reina: ilche non ʃolamente ʃucceʃʃe al padre e meno al fratello, tutto che con ogni ʃorte de cattiui portamenti ne fuʃʃe del continouo moleʃtata, ma ʃempre piu infiammata nell’amore di Dio, e nella religione Chriʃtiana, ʃopportò con marauiglioʃa patienza la ʃua rea fortuna, et con quella ʃperanza
 
     
 
[28b]
 
 
in Dio, dalla quale alla fine ha raccolto coʃi precioʃo frutto. In tanto auicinandoʃi la Reina a Londra, hebbe grandiʃʃima difficultà di licentiar quelle genti, che a ʃuo fauore s’erano leuati contro il Duca: liquali diceuano, che non uoleuano abbandonarla infin, che no la uedeʃʃero ʃicura, et ferma nel ʃuo regno. ma alla fine gli licentiò, ringratiandogli con corteʃe affetto del ʃeruigio loro. Et coʃi primo d’Agosto giunʃe lontano da Londra ʃei miglia, doue da molti Signori principali, & da Signore, & da mercatanti, & finalmente da tutto il popolo fu uiʃitata, allegrandoʃi ciacuno cõ lei: a’ quali generalmẽte fu fatta grata accogliẽza. Era di due hore paʃʃato il mezo giorno, quando ʃua Maeʃtà mõtò a cauallo, et fece l’entrata in Londra, con bella ordinanza, accõpagnata da gran numero di genti a piedi, & a cauallo, ch’erano intorno a XII mila. E giunta alla Torre, hebbe una gran ʃalua di artiglieria, et di trombe; correndo per tutto una allegrezza mirabile. nell’entrata le s’appreʃentò a piedi il Duca di Norfolch, Cortinè, la Ducheʃʃa di Sommerʃer, Il Veʃco-
 
     
 
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uo di Vinceʃtre, & quello di Duran: i quali tutte forʃe contra ogni lor merito, erano tenuti prigioni: percio che hauendo il Re Henrico incolpato un figliuolo del detto Duca di Norfolch, che haueʃʃe machinato contra il regno, ʃenza udire altra giuʃtificatione, gli haueua fatto tagliare il capo; tenendo dapoi il padre prigione ʃotto preteʃto, ch’egli parimente foʃʃe conʃapeuole del fatto del figliuolo: ʃimilmente Cortinè era tenuto in prigione, per cio che hauendo il Re fatto decapitar ʃuo padre, uolenua aʃʃicurarʃi, che col mezo di queʃto figliuolo non ʃi poteʃʃe fare alcuna ʃolleuatione. La Ducheʃʃa di Sommerʃer era incolpata di ʃapere i maneggi di ʃuo marito, al quale il Duca di Notumberlano hauea fatto tagliar la teʃta, incolpandolo di fellonia, che nella lor lingua, uuol dire penʃar male della perʃona del Re, ò d’alcuno del Conʃiglio, ʃenza che ʃi metta in eʃʃecutione: Il Veʃcouo di Vinceʃtre, per la religione, & per leuargli il ʃuo Veʃcuato, il qual era molto ricco: Il Veʃcouo di Duran, per che haueʃʃe uoluto conʃentire a una ʃolleuatione. ma in effetto era per conto della religio-
 
     
 
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ne. Il detto Veʃcouo di Vinceʃtre fece una picciola oratione alla Reina, ʃupplicandola per ʃe, & per gli ʃopranominati: la quale fu contentiʃʃima, & abbracciandogli caramente diʃʃe loro, non eʃʃer miʃtiero, che dimandaʃʃero perdono, non ʃapendo eʃʃa, che mai haueʃʃer offeʃa la Corona, & che per quello, che a lei toccaua, perdonaua loro, et concedeua ogni ʃorte di libertà, a fece dapoi gran Cancellieri il detto Veʃcouo di Vinceʃtro, & Conte di Danʃi il Cortinè; il quali dapoi crebber’ in molta auttorità appreʃʃo la Reina, & del popolo. reʃtò in Torre ʃua Maeʃtà in fin a gli VIII. de’l meʃe, nel qual giorno ʃi partì per acqua, & andò a Ricciamonte ʃuo palazzo, lontano da Londra ʃei miglia; laʃciando diuerʃi gentil’ huomini in Torre, per eʃʃamini di prigione, a’quali ʃi atteʃe con molta diligenza. E in queʃto mezo a XIII. del meʃe, predicando in S[an]. Paolo uno, a fauor della buona religione, coʃa nuoua all’orrecchie del popolo, gli fu tirato de’ʃaʃʃi, & in pugnale, & hebbe gran fatica il * che in noʃtra lingua è come ʃindico della terra, a poterlo ʃaluare,
 
     
 
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il che fece col far ʃalire in pulpito un’altro, che predicò ʃecondo il coʃtume loro. ma que’ʃeditioʃi poco dapoi furono poʃti in prigione, & caʃtigati inʃieme con alcuni altri, che haueuano in San Bartolomeo tirati de’ʃaʃʃi ad uno che uoleua dir meʃʃa. et queʃti mouimenti cauʃarono, che a XX uʃcì pi una proclama a nome di ʃua Maeʃtà di uoler uiuere in quella religione, nella quale per auanti era ʃempre uiuuta; pregando ciaʃcuna a uolerla ʃeguire, ʃenza ch’ella haueʃʃe per cio a uʃar forza alcuna; uietando però fra tanto, che non ʃi poteʃʃe predicare ne in publico, ne in priuato di tal religione, & meno diʃputare. Venutoʃi fra queʃto tempo alla fine dell’ eʃʃame del Duca di Nottomberlano [sic], a’ XVIII. del meʃe fu leuato di Torre, & per acqua condotto inʃieme col Conte di Varoic, ʃuo primogenito, et il Marcheʃe di Noranton nella gran ʃala di Vaʃmeʃtre a giudicare, luogo, doue ʃi giudicano i mal fattori: nella qual ʃala per tribunal del giudicio ʃedeua la maggior parte di quelli del Conʃiglio. doue condotto il Duca alla sbara, per ʃua eʃcuʃatione diʃ-
 
     
 
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ʃe, che non era andato contra alla Reina, ne coʃa alcuna haueua operato ʃenza eʃpreʃʃo ordine & ʃcrittura del Conʃiglio, ʃi come in effetto era uero: la quale ʃcuʃa non l’eʃʃendo ammeʃʃa, confeʃsò eʃʃer peccatore, & meritar la morte: alla quale per ʃentenza fu condannato, & paʃʃata che fu la ʃentenza, egli pregò il Conʃiglio, che uoleʃʃe moderare la pena, & il modo della morte; ma ʃopra tutto hauer compaʃʃione a figliuoli, i quali haueano errato, come giouani, & ignorantemente, per ubidir lui; facendo inʃtanza, che gli foʃʃe data una perʃona religioʃa, et dotta, con la quale inanzi la ʃua morte poteʃʃe iʃcaricare la ʃua conʃcienza: et che non foʃʃe graue a quattro, o ʃei di lor Signori andarlo a uiʃitare, acciò poteʃʃe con ferire con eʃʃi alcune coʃe importanti al regno. Fu dapoi ʃimilmente menato alla sbarra il Marcheʃe di Noranton; il quale, oltre l’hauer detto il medeʃimo, che detto haueua il Duca, diʃse di piu, ch’egli non ʃi era mai meʃʃo in gouerno,& che ʃempre atteʃe alle caccie. et non eʃʃndoʃi ammeʃsa la ʃcuʃa, in poche parole confeʃsò meritar la morte,
 
     
 
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piangendo dirottamente; & coʃi anch’eʃʃo fu condannato. Fu condotto dapoi il Conte di Varoic il quale coraggioʃamente allegò in ʃua eʃcuʃatione l’eʃʃer giouane, & hauer mancato, come ubidiente a ʃuo padre, ʃenza ʃaper piu oltre. nondimeno con tutte queʃte ʃue ragioni fu parimente anch’egli all morte condannato. nellaqual condannatione eʃʃo non replicò altro, ʃolamente pregò, che fuʃʃero pagati i ʃuoi debiti, e queʃto fece, perche è coʃtume d’Inghilterra, che, quando uno incorre nel peccato di offender la Maeʃtà la Corte occupa tutti i ʃuoi beni, ʃenza pagar alcuna ʃorte di debiti, che habbia il condannato. Tutti queʃti furono ricondotti in Torre, & il giorno ʃequente nella medeʃima ʃala fu condannato a morte il Signor Andrea Dudle, fratello del Duca, il Sig[nore]. Gio[vanni]. Gattz, Capitano della guardi; il Signor Ari Gattz, ʃuo fratello, & il Signor Thomas Palmier; i quali, ʃenza farʃi molto interrogare, confeʃʃarnono meritar la morte: & coʃi furono rimandati in Torre. Dettero dapoi il termine della morte al Duca, & a XX.
 
     
 
[31b]
 
 
nella capella della Torre fu a una meʃʃa publica inʃieme co’l fratello, i due Gattz, & il Palmier: & doppo hauer udita detta meʃʃa, et con molta diuotione communicatoʃi, eʃʃo domandò perdono, quaʃi piangendo, a tutti quelli, ch’erano preʃenti, chiamando la miʃericordia di Dio, & ringratiando la diuina ʃua bontà dell’ hauerlo illuminato, e tratto fuor dell’ abuʃione, nella quale era uiuuto XVI. anni. & il medeʃimo fu fatto da gli altri ʃuoi, & a XXII. condotto il Duca, Gio[vanni]. Gattz, e Thomas Palmier alla giuʃtitia,intorno alle IX. hore inanzi mezo giorno, trouandoʃi tutta Londra a quel ʃpettacolo, eʃso Duca, montato ʃopra il palco preparato per decapitarlo, parlò di queʃto modo con molta attentione di ogniuno.
     Voi, buone genti, qua condotte à uedermi a morire, ancora che la mia morte ʃia odioʃa, & horribile alla carne; nondimeno io ui prego a prendere in buona parte l’opera di Dio: percioche egli fa tutte le coʃe per lo meglio. et, quãto a me, io ʃon miʃero peccatore, ho meritato morire, & giuʃtamente ʃon condannato alla morte: benche queʃto atto,
 
     
 
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che della mia morte è cagione, non ʃia ʃtato tutto mio, come s’è creduto: ma d’altrui io ui fui prouacato, & indotto. guardimi però Iddio, ch’io u’habbia a nominar alcuno. Io per me perdono a tutti, & ancora prego Dio, che parimente a tutti perdoni. e s’io ha ueʃʃi offeʃo alcuno di uoi qui preʃenti, pregoui a perdonarmi, e ne prego tutto il mondo, e principalmente l’Altezza della Reina, la qual ho grauemente offeʃa, e prego tutti ad eʃʃer teʃtimoni meco, che in perfetto amore, & carità con tutto il mondo diparto da queʃta uita, e di gratia nell’ hora della mia morte uogliatemi aiutare con le uoʃtre orationi. Vna coʃa, buone genti, uoglio dirui, moʃso principalmente à farlo per iʃcarico della conʃcienza mia, che ui guardiate da queʃti ʃeditioʃi predicatori, & ammaeʃtratori della nuoua dottrina: i quali pretẽdono predicare la parola di Dio, ma in effetto predicano la loro proprie fantaʃie: habbia tenui cura come uoi entrate in ʃtrane openioni o nuoua dottrina, la qual non ha fatto poco danno in queʃto regno, & ha giuʃtamente prouocata ʃopra noi l’ira di Dio, come puo
 
     
 
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ueder ageuolmente chi uuol ridurʃi a memoria le molte piaghe, con le quali queʃto regno è ʃtato traffito, dapoi che ci ʃiamo ʃeparati dalla catolica chieʃa di Chriʃto, & dalla dottrina, che fu recitata da gli Apoʃtali ʃanti, da martiri, et da tutti i ʃanti, & uʃata per tutti i regni di Chriʃtianità doppo Christo; & io credo ueramente, che tutte le ʃciagure auuenute ne gli ultimi anni auanti & dapo la morte di Henrico, ʃono giuʃtamente cadute ʃopra noi, perche ci ʃiamo diuiʃi dal rimanente della Chriʃtianità: a paragone della quale ʃiamo noi una minima fauilla. Dhe [sic] conʃiderate di gratia. Non habbiano hauuto noi guerre, fame, peʃtilenza, la morte de’ noʃtri Re, ribellione, ʃeditione tra noi medeʃimi, et congiure? Non habbiano hauuto diuerʃe, et peʃtifere opinioni, nate fra noi in queʃto regno dapoi che habbiano abbandonato l’unione della catolica chieʃa, & che altri peggior mali poʃʃono eʃʃere, i quali nõ habbiamo ʃentiti? et ʃe ciò non può muouerui, riguardate ʃopra la Germania, et uederete, che, dapoi ch’ella entrò in opinione contraria alla catolica chie-
 
     
 
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ʃa, e per continoue diʃcordanze, nate tra loro, è quasi condotta ad eʃtrema ruina. Voi dunque, accioche una ʃimile, et molto maggior ruina ʃopra uoi non caggia, per troppo prouocar la giuʃta uendetta di Dio; leuate uia per tempo queʃte contentioni; ne ui riputiate a biaʃimo, o uergogna, l’unirui con gli altri regni di Chriʃtianità: & coʃi ui ridurrete di nuouo ad eʃser membri di Chriʃto, non potendo eʃser capo d’un difforme, & monʃtruoʃo corpo. Conʃiderate i uoʃtri articoli della fede. non hauete uoi queʃte parole? Io credo nello ʃpirito ʃanto, nella ʃanta catolica Chieʃa, nella communione de’ ʃanti, con l’uniuerʃal numero de’ popoli fedeli, facendo mentione de Chriʃtiani, che ʃono diʃperʃi per tutto l’uniuerʃo mondo, del qual numero io credo d’eʃʃer uno. Io potrei addurui molte piu coʃe a queʃto propoʃito: ma baʃterauui queʃto ʃolo. & qui io ui accerto, buone genti, che, quanto hora ui ho parlato, è giuʃtamente uʃcito dal profondo del cor mio, & da me proprio l’ho detto, non eʃʃendone richieʃto, ne moʃʃo da alcuna perʃona, ne per alcuna adulatio-
 
     
 
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ne, o ʃperanza di uita, & prendo per teʃtimonio Monʃignor di Vinceʃtre, mio antico amico, & ʃpiritual padre, che mi trouò in queʃta mente, et opinione, quando uenne a me. Ma ho dichiarato queʃto ʃolamente ʃopra la mia propria intentione & affettione, per iʃcario della mia conʃcienza, & per lo zelo, & amore, ch’io porto al mio natural paeʃe. Io potrei recitarui molto piu per eʃperienza, che ho, di quanto male, che è accaduto a queʃto regno per tali occaʃioni: ma uoi conʃcete, che un’altra coʃa mi reʃta a fare, alla quale biʃogna apparecchiarmi. perioche il tempo ʃe ne ua. & hora prego l’Altezza della Reina a perdonarmi le lie offeʃe cõtro ʃua Maeʃtà. della qual coʃa io ʃto con ʃicura ʃperanza. percioche ha già ʃteʃa la ʃua bontà, e clemenza tanto auanti ʃopra di me, che, doue ella mi poteua ʃenza giudicio, o ʃenza uolere piu oltre conoʃcere, far morire uiliʃʃimamente, e crudelmente: percioche io preʃi moʃʃi l’arme contra ʃua Altezza: nondimeno ʃua Maeʃtà miʃericordioʃa, & piena di bontà, ʃi è contentata, che io ʃia ʃtato condotto al giudicio, & che le
 
     
 
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cauʃe mie ʃiano determinate per le leggi, le quali mi hanno giuʃtamente condannato. E maggiore ʃi è ʃcoperta la pietà di ʃua Maeʃtà nella maniera della mia morte. onde ui prego cordialmente tutti a pregar Dio, che gli piaccia lungamẽte mantener ʃua Maeʃtà nel regno in honore, e felicità, e ʃalute uoʃtra. Il popolo à queʃto riʃpoʃe, Amen. Poì che coʃi hebbe parlato, s’inginocchio, dicendo a quelli, che gli erano attorno: Io ui prego tutti a tener per certo, ch’io moro nella mia uera, & catolica fede. & allhora diʃʃe i ʃalmi, il Miʃerere, il De profundis, & Pater noʃter latino, & ʃei de’ primi uerʃi delʃalmo, In te Domine ʃperaui, facendo fine con quel uerʃo, In manu tuas Domine comemendo ʃpiritum meum. et quando hebbe finito le ʃue orationi, lo eʃʃecutor gli dimandò perdono. alqual riʃpoʃe, io ti perdono: & chinandoʃi uerʃo il ceppo diʃʃe, ho meritato mille morti: et facendo una corce ʃopra la paglia, la baciò: & poʃto il capo ʃotto il ceppo, mori.
     Tutto quello, che diʃʃe il Duca, fu dapoi in ʃoʃtanza replicato & dal Gattz, & dal
 
     
 
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Palmier, a’ quali l’uno doppo l’altro ʃimilmente fu tagliato il capo, il che generalmente a tutto il popolo diede grande ʃpauento; ma molto piu ʃi ʃmarrirono per l’oratione, che fece il Duca, potendoʃi perʃuadere ogni altra coʃa di lui, che queʃta, come quello che era ʃtato Capo, et cagione di molti mali, intorno alla religione. Il reʃto de’ prigioni altri furono liberati, & altri retenuti in Torre; & benche fuʃʃero condannati, non però uolle la Reina peina di bontà, & di pietà, che ʃi faceʃʃe altra eʃʃecutione per allora; come raginoeuolmente haueua potuto, & ʃi doueu; anzi alcuni di quelli, a quali perdonò, non ʃolamente laʃciò ʃenza alcun danno nella robba, ma diede loro uffici, & honori, tenendoli appreʃʃo la perʃona ʃua per molto fedeli, uincendo con queʃti modi il mal animo loro, con la gratitudine de’ benefici, & hauendo piu caro eʃʃer amata per la ʃua miʃericordia, che oidata per la giuʃtitia. tra tanto ʃi preparaua la coronatione, & eʃʃendo ʃua Maeʃtà ritornata da Ricciamonte, et poʃtaʃi in Torre, fece l’eʃʃequie del Re; facendoʃi parimente dette
 
     
 
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eʃʃequie in Vaʃmeʃtre, alla proteʃtante: & dapoi trouandoʃi preparata, & in ordine la coronatione, a XXX. di Settembre, ʃua Maeʃtà ʃi partì di Torre, tre hore doppo diʃinare, per andar al ʃuo palazzo di Vaʃmeʃtre, per eʃʃer poi la ʃeguente mattina incoronata: & fu accompagnata da piu di cinquecento caualli, fra Signori, gentilhuomini, et Ambʃciatori, tutti honoratiʃʃmamente ueʃtiti; a quali ʃeguirono due ueʃtiti in habito ducale, quasʃi rappreʃentanti la pretenʃione, che ha queʃta Corona ʃopra la Ducea di Guaʃcogna, & di Normandia. Seguiua poi una lettica coperta dal baldachino d’oro, la qual lettica era portata da due muli coperti parimente d’oro, ʃopra la qual ʃedeua eminente ʃua Maeʃtà, uestita d’un manto d’argento con un guarnimento in teʃta di gioie. doppo ʃua Maeʃtà, ʃeguiua il Signor Odoardo Aʃting, grande ʃcudiero, ueʃtito d’oro; al qual ʃeguiuano due chinee learde coperte d’oro. appreʃʃo u’era un carretta coperta ricchiʃʃimamente, tirata da quattro caualli leardi, guarniti inʃieme con quella d’argento; ʃopra la quale erano Ma-
 
     
 
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dama Eliʃabetta, ʃorella di ʃua Maeʃtà, & Madama di Cleues, già moglie d’Henrico;[sic] VIII. et da eʃʃo repudiata; ueʃtite ambedue d’argento, con ueʃti alla Franzeʃe. Seguiuano dapoi due altre carrette, coperte di broccato & di uelluto cremeʃino, tirate ogni d’eʃʃe da quattro caualli leardi, coperti di broccato & di uelluto cremeʃino, ʃopra le quali erano otto Prencipeʃʃe. Succedeuano dapoi intorno ʃettanta, tra Signore, & gentildonne a cauallo, con le coperte di uelluto cremeʃino, & eʃʃe uetite del medeʃimo uelluto, in habito alla Franzese, con fodra, & ʃottoueʃti d’argento, & d’oro. Appreʃʃo alla lettica di ʃua Maeʃtà erano quattro Prencipeʃʃe principali, cio è la Ducheʃʃa di Norfolch, la Marcheʃa di Eʃeʃter, la marcheʃa di Vinceʃtre, & la Conteʃʃa d’Arondello: le quali non s’allargarono mai da detta lettica. Seguiuano finalmente XII. paggi, ʃopra belliʃʃimi corʃieri, ueʃtiti d’oro, & d’argento; & ʃimilmente i ʃuoi caualli. Dall’una, & dall’altra parte di detta compagnia andaua la guardia di ʃua Maeʃtà ʃi de’gentilhuomini dell’azza, come de
 
     
 
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gli arcieri, et erano intorno trecento. Nelle ʃtrade ʃi trouarono piu archi, ma però due ue ne furono di conʃideratione; uno de’ Genoueʃi, l’altro do Firoentini. in quello di Genoueʃi ʃi leggeuano ueʃte inʃcrittioni.
     Mariæ Reginæ inclytæ, conʃtanti, piæ, coronam Britannici imperij, & palmam uirtutis accipienti Genuenʃes, publica ʃalute lætantes, cultum optatum tribuunt.
Et nell’ altra parte del detto arco ʃi leggeua: Virtus ʃuperauit, Iuʃtitita dominatur, Veritas triumphat, Pietas coronatur, Salus reipublica reʃtituitur.
In quello de’ Fiorentini ʃi uedeuano quattro ʃtatue, le due prime la Virtù, & la Fama, alle quali alludeuano i ʃeguenti uerʃi:
     Virtutes fama reginam ad ʃidera tollunt. Mariæ Eritannorum reginæ uitrici, piæ, Augustæ, Florentini gloriæ inʃignia erexerunt.
Dapoi ʃotto l’imagine della reina triofante era ʃcritto, Salus publica: Sotto l’imagine di Pallade, Inuicta uirtus: Sotto l’historia di Thomiris, Libertatis ultrici: Sotto Guidit, Patriæ liberatrici
 
     
 
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cõ ʃeguenti uerʃi, i quali erano ʃcritti in un panno d’argento.
Magnanimus per te quòd pax ʃit parta Britannis,
     Exilio ac redeantiuʃtitia, & pietas;
Et uirgo præʃtes, quod uir effecerit ullus,
     Vir, ʃummũ qui ʃit uectus ad imperium;
Dum recipit uirtus auguʃtam uere coronã,
     Et reddunt omnes publica uota Deæ;
Læta tibi talem tribuit Florentia cultum:
     Qui tamen arcano pectore maior ineʃt.
La mattina ʃeguẽte, che fu la Domenica, et il primo giorno d’Ottobre, ʃua Maeʃtà andò alla chieʃa di Vaʃmeʃtre, nella qual ʃi haueua a far la coronatione; & auanti di ʃua Maeʃtà cominauano tutti i gentilhuomini della ʃua caʃa. ueʃtiti parte di ʃcarlatto, parte di raʃo, et parte di uelluto cremeʃino, ʃecondo i gradi delle lor dignità. Doppo andauanno i Milordi, cõ manti di ʃcarlatto, fedrati di armelini; & doppo quelli ʃeguiuano i Conti, i Marcheʃi, & i Duchi, portando in mano la corona, il mondo, & duo ʃcretti, tre ʃpade, gli ʃpronni, & altre coʃe appartenenti alla cerimonia. ciaʃcuno ʃe-
 
     
 
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condo il grado, & priuilegio ʃuo. Seguiua poi ʃua Maeʃtà, ueʃtita di un manto di uelluto cremiʃino, con lunghiʃʃima coda, portata dal ʃuo Ciamberlano, & dalla Ducheʃʃa di Norfolch, appoggiando le bruccia, il deʃtro ʃopra il Vescouo di Duran, il ʃiniʃtro di Serosbari, ʃeguiuano poi Madama Eliʃabetta, Madama di Cleues, & tutte l’altre Prencipeʃʃe, ueʃtite con manti, & ʃottoueʃti di uellutto cremeʃino, fodrate d’armelini, con lunghiʃʃime code, con le corone d’oro in teʃta, conuenienti al grado di ciaʃcuna. Erano medeʃimamente ueʃtiti i Prencipi con corone intorno le lor berette Ducali, foderate d’armelini, le quali però in chieʃa portauano in mano. Doppo le dette Prencipeʃʃe Veguiuano le mogli de’ Conti, ueʃtite di manto do ʃcarlatto, fodrate di armelini, & ʃimilmente le lor ʃottoueʃti. Doppo ne ueniuano le Dame di ʃua Maeʃtà in molto numero, ueʃtite di ʃcarlatto, con queʃt’ ordine: Giunʃe ʃua Maeʃtà alla Chieʃa, eʃʃendo coperta tutta la terra, doue paʃʃaua, di panni azurri’ iquali poi reʃtarono al popolo: & il Veʃcouo di Vince-
 
     
 
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ʃtre, il qual haueua a far le cerimonie della coronatione, inʃieme con diece altri Veʃoui, & altri preti, hauendola leuata della ʃala di Vaʃmeʃtre, l’accõpagnarono ʃotto un baldachino infino alla chieʃa; et la conduʃʃero ʃopra un’eminente palco, fatto di rincontro all’altar grande, ʃopra del quale era poʃto di ʃede regale, molto eminente. Doue giunta ʃua Maeʃtà, fu da ciaʃcuna delle quattro parti del palco dal Veʃcouo di Vinceʃtre moʃtrata al popolo, dicendo loro, che quella era la uera Reina: & dimandando ʃe per tale l’accettauano, & eʃʃendo da ogni parte, fi, riʃpoʃto, ʃua Maeʃtà andò all’altare: doue fatta l’oratione, fu poʃta à ʃedere per uidire la predica: la quale fu detta da un Veʃcouo in materia della ubidienza che ʃi dee preʃtare alli Re. la qual finita, ʃua Maeʃtà fece il giuramento. e doppo chinata innanzi l’altare, furono cantate le letanie. le quali fornite, ʃi ritirò in un luogo ʃecreto: doue trattoʃi il manto, & rimaʃa in una ʃottoueʃte di uelluto paonazzo, uʃcì eʃʃendoʃi prima benedette tutte le ueʃti, che ella haueau da portare. et giũta all’altare, di
 
     
 
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nuouo ʃi diʃteʃe proʃtrata in terra, et que’prelati cõ molte belle cerimonie la benedirono: e poʃta a ʃeder auanti l’altare, fu da detto Veʃcouo unta nelle ʃpalle, nel petto, nella fronte, e nelle tempie, & dapoi ueʃtita di ueʃte di taffeta bianco, e di manto di uelluto morello, fodrata di armelini, ʃenza bauaro: & coʃi di nuouo poʃtaʃi le furono preʃentate tutte l’inʃegne dette di ʃopra, che portauano i Prencipi in mano; & finalmente fu coronata di tre corone: & reʃtando con l’ultima in capo, ʃi partì dall’ altare, cantandoʃi il te Deum, & fu poʃta a ʃedere ʃopra la ʃedia, che era ʃopra il palco: et allhora per il Veʃcouo di Vinceʃtre fu publicato il perdon generale; il qual Veʃcouo andò dapoi a dar ubidienza a ʃua Maeʃtà: e doppo lui il Duca di Norfolch in nome di tutti i Duchi; baʃciando la ʃinistra guancia di ʃua Maeʃtà. ʃimilmente fece poi il Marcheʃe di Vinceʃtre per li Marcheʃi, & il Conte di Arondel per tutti i Conti, eʃʃendo però baʃciata da tutti particolarmente. doppo fecero anco il medeʃimo i Milordi. Et finita la cerimonia, il Veʃcouo di Vinceʃtre cantò la
 
     
 
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meʃʃa; alla qual ʃua Maeʃtà ʃtette ʃempre in ginocchiata, tenendo nelle mani duo ʃcettri, uno di Re, et l’altro con la colomba in cima, uʃato di darʃe alle reine. Fornita la meʃʃa, ʃua Maeʃtà di nuouo ʃi ritirò nella detta camera ʃecreta; & dapoi uʃcita con un manto di uelluto morello, col bauaro fodrato d’armelini, portando nella deʃtra mano lo ʃcettro reale, & nella ʃiniʃtra il mondo; & appoggiataʃi al Veʃcouo di Duran, & al Conte di Serosbari, co’l medeʃimo ordine, con che uenne, ʃi partì, hauendo ʃeco di piu gli Ambaʃciatori, i quali ʃtatia a quelle cerimonie, ʃopra due palchi, fatti a tal effetto, & in queʃto modo ella ritornò alla gran ʃala di Veʃmeʃtre; doue erano preparate lel tauole per deʃinare. ben che fuʃʃero cinque hore doppo mezo giorno. In queʃta ʃala erano due Signori cauallo, il Conte d’Arloi, & il Duca di Norfolch; il primo per quel giorno gran Conteʃtabile, il ʃecondo gran Mariʃcial; a quali era dato la cura ʃecondo l’ordinario della guardia della ʃala. doppo alquanto di ʃpatio, ʃua Maeʃtà ʃi poʃe a tauola nel mezo, ʃotto un baldachino,
 
     
 
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& da una parte ʃederono, ma molto diʃcoʃte, Madama Eliʃabetta, & Madama di Cleues, & dall’altra parte il Veʃcouo di Vinceʃtre, gran Cancelliero. Et continouando il banchetto, con uiuande regali, per tutte le tauole, di che n’era piena la ʃala, un gentilhuomo a cauallo, riccamente adobbato, et armato con la lancia in mano, nominato Demor, la caʃa del quale ha per priuilegio, in tal occasione far queʃto ufficio, & per bocca d’Araldo fece proclamare, ch’egli conoʃceua quella per uera Reina d’Inghilterra; & per che ʃe fuʃʃe alcuno, ch’oʃaʃʃe dire il contrario, ch’egli con l’arme s’offeriua di mantenerlo; & gittò il guanto della battaglia, & quiui fermatosi per alquantodi ʃpatio, andò girando la ʃala, intorno intorno [sic]; & ritronato nel medeʃimo luogo, facendo ʃembiante d’ aʃpettare, s’alcuno gli contradiceua, et non comparendo alcuno fece riuerenza a ʃua Maeʃtà, moʃtrando di rallergrar ʃi ʃeco. La qual, preʃa una coppa d’oro, piena di uino, egli fece brindeʃe; & gliela mandò a donare; la qual egli partendoʃi portò in mano, in luogo di lancia. Poco dapoi eʃ
 
     
 
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ʃendo finito il mangiare, ʃua Maeʃtà fece chiamar a ʃe gli ambaʃciatori, & con bengniʃʃime parole ragionando con tutti, et ringratiandoli del diʃagio patito, diede loro licenza; & leuataʃi da tauola, ʃi ritirò. Fatta la coronatione s’intimò un parlamento, per dar ordine alle coʃe di quel regno, il quale per la mutatione del gouerno haueua biʃogno di mutar coʃtume, ʃi come fece, paʃʃando in quel parlamento molte leggi contrarie a quelle, che perima erano ʃtate fatte in uita del Re Henrico, & parimente in uita di Odoardo: delle quali una confermaua, il matrimonio della madre della Reina, fatto col Re Henrico, eʃʃer legitimo, annullando tutte l’altre fatte per lo contrario: con che ʃi uenne a dichiarare la Reina legitima, & uera ʃucceditrice in quel regno: e per conʃeguenza dichiararono tutte l’altre dõne d’Henrico concubine, & non mogli; & ʃimilmente i figliuoli nati d’eʃʃe baʃtardi. Vn’ altra leuaua tutte le leggi fatte nel tempo di Odoardo intorno le coʃe della religione, cioè il matrimonio de preti, & cerimonie della Chieʃa; ordinando che i preti,
 
     
 
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che haueuano moglie, non uolendo laʃciarla, et pentirʃi, non poteʃʃero amminiʃtrare il culto diuino, ne godere alcuna entrata della Chieʃa; ma ʃe laʃciauano le mogli, con qualche dimoʃtratione di pentimento, in poco tempo ʃarebbono rimeʃʃi, con qualche aiuto al uiuer loro: et che quelli, a quali fuʃʃe morta la moglie, fatta la penitẽza del peccato, fuʃʃero rimeʃʃi a celebrare, ʃenza tener loro alcuna ʃua entrata, doue poi ʃi uiddde, che a molti Veʃcoui furono leuate l’entrate, & i Veʃcouati, ch’erano infino al numero di diece, furono poʃte in perʃone di buono eʃempio, et di buona uita; reʃtituendone alcuni a prelati, che prima n’erano ʃtati priuati de Henrico. Fecero ancora una legge, che leuaua quella dura ordinatione, che, qualunque parlaua della riformatione della Chieʃa, ouer contra il Re, o progreʃʃi ʃuoi, cadeua nel peccato dell’ offeʃa Maeʃtà. la qual ordinatio ne toccaua ʃpecialmente a huomini di chieʃa: perche non era loro cõceʃʃo predicare, o diʃputare di molte coʃe, che hora è in libertà d’ogniuno. nel qual parlamento la reina ʃi leuò anch’ eʃʃa il titolo di ʃopremo capo della Chie-
 
     
 
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ʃa, tutto che molti fuʃʃero di contrario parere. Furono partamente nel detto parlamento reʃtituite alcune caʃe nobili nel ʃangue antico, come quella di Cortinè, Duca di Norfolch, & di Monʃignor Illuʃtriʃs[simo]. Polo: che altro non uuol dire appreʃʃo loro, che potere hereditare. per ciòche, chi è macchiato di tradimanto, diʃcendendogli qual ʃi uoglia, o piccola, o grande heredtia, non la può godere, anzi ʃe la gode il Re, infin tanto, che alla ʃua caʃa ʃia reʃtituto il ʃangue. & già in tutte queʃte caʃe u’era rimaʃta la macchia, benche piu preʃto per altrui maluagità, che per colpa loro. tra tanto ʃi cominciò a parlare di accaʃamento per ʃua Maeʃtà, atteʃo che eʃʃendo ella di matura età, ne 40. anni, in circa, pareua alla maggior parte, che non doueʃʃe molto tardare, per hauer alcuna prole: nella qual coʃa correuan molti pareri: però biʃognaua, che fuʃʃe opera di Dio, il perʃuarderla, che per ʃalute di quel regno ʃi uoleʃʃe maritare, eʃʃendo ella da ciò lontana, et moʃtrando di curarʃene aʃʃai pocò. Alcuni diʃegnauano perʃona del Prencipe di Spagna, altri nel Cardinal Polo, altri in Cor-
 
     
 
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tinè, & molti ʃecondo il lor humore. Quelli, che fauoriuano la parte del Prencipe, ʃi muoueuano con queʃte ragioni; ch’eʃʃendo molto inquieto quel regno, & diuiʃo, era neceʃʃario hauere un Re coʃi potente, che haueʃʃe et forze d’acchetarlo, & che poteʃʃe aʃʃicurarlo d’ogni prattica, che’l Re di Franza haueʃʃe tentato per cotal diuiʃione. il qual Re eʃʃendo tanto uicino, & eʃʃendoʃi impatronito della Scotia facilmente trouando queʃta diʃunione, & non u’eʃʃendo contraʃto, col tẽpo hauerebbe potuto diʃegnare d’occupar quel regno, oltre che il modo religioʃo del uiuere della Reina non ricercaua d’hauer altro, che foreʃtiero. Altri diuerʃamente parlauano di Monʃignor Polo, & diceuano, che concorrendo in lui nobilità, eʃʃendo di ʃangue regale, & diʃcendendo di una ʃorella d’Henrico VIII. la buona religione, e la bontà della uita ʃua, ch’era eʃempio a tutta la Chriʃtianità, con l’eʃʃer di quel regno, non ne poteuano ʃperare, ʃe non carità, opere buone, & buon gouerno, & che facilmente con l’auttorità ʃua era beniʃʃimo atto a difender quel regno, dalle forze Franzeʃi,
 
     
 
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ʃenza chiamar arme foreʃtiere. Molti diuerʃamente parlauano di Cortinè, dicendo, ch’egli era di loro, nato di ʃangue regale, e diʃceʃo anch’eʃʃo di una ʃorella della madre d’Hẽrico della Roʃa bianca, che uiuea ʃecõdo la lor religione proteʃtante: col qual ʃoggetto non potrebbono eʃʃer meʃʃi in ʃeruitù del Papa; eʃʃendo egli nutrito nella nuoua religione; & per lo ʃangue moʃtrauano la nobilità ʃua, & com’era atto per l’auttorità a conʃeruar il regno: & che ʃimilmente eʃʃendo di i loro, & conoʃcendo meglio gli humori del ʃuo natio paeʃe, che gli ʃtranieri, meglio ancora haurebbe ʃaputo gouernargli & acchetare, rimouendo ogni ʃorte di diuiʃione: oltre che ueuiuano a leuare queʃta occaʃione di condurre gente ʃtraniera a dar coʃtumi a quel regno, & porli in perpetua ʃeruitù, ʃi come hora ʃi trouaua tutta quella parte d’Italia dominata da Spagnuoli: & che ʃi manteneuano con quella franchigia, con laquale ʃono uiuuti ʃi lungamente. Però le prattiche per lo Prencipe furono coʃi ʃtrette, e la ragioni in quel ʃoggetto coʃi euidenti, che in poco tempo ʃi comin-
 
     
 
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ciò a conoʃcere, come la Reina piu a fauor del Prencipe, che di qualũque altro, pẽdeua: onde in molti ʃi uide mala ʃatiʃfattione, e la moʃtrarono dapoi, perioche eʃʃendo già la coʃa del Prencipe conchiuʃa, et publicata, et di già paʃʃati i capitoli, iquali ʃono queʃti.
     La prima coʃa, fu conuenuto, che tra il Sereniʃʃimo Prencipe di Spagna, et la Sereniʃʃima Reina d’Inghilterra contraheʃʃe puro, & legitimo matrimonio per parola de preʃenti, il qual ʃi doueʃʃe con ogni preʃtezza commodamente conʃumare: et che in uirtù di detto matrimonio contratto, & conʃumato, il Prencipe godeʃʃe il titolo, honore, & Regio nome di tutti i regni, & domini di detta Sereniʃʃima Reina, & aiutaʃʃe quella, mentre che duraua detto matrimonio, nel gouerno, & amminiʃtratione d’eʃʃi, reʃtando però ʃalue, & ferme le ragioni, i privilegi, & i coʃtumi di detti regni, et domini: & che ʃpecialmente il Prencipe laʃciaʃʃe alla Reina la ʃpoʃitione di tutti i benefici, & offici di detti regni, e domini, i quali s’haueʃʃero da conferire ne’ naturali di eʃʃi regni.
 
     
 
[42b]
 
 
     Appreʃʃo, fu conuenuto, che in uirtù di detto matrimonio la Reina doueʃʃe eʃʃer rimeʃʃa in compagnia di tutti i regni, & domini del Prencipe coʃi presenti, come futuri, durante detto matrimonio. et in caʃo che la Reina ʃoprauiueʃʃe al Prencipe, le ʃi aʃʃegnaʃʃe per uo piatto ʃeʃʃanta mila libre ogni anno, ʃopra tutti i regni, terre, & dominij patrimoniali dell’Imperadore ʃuo padre, per tutto il tempo, ch’ella uiuerà, diʃtribuiti nella forma, che ʃegue, cioè che le ʃi aʃʃegnaʃʃero ʃopra i regni di Spagna, & di Aragona quaranta mila libre, & uentimila ʃopra i Ducati, & dominii di Brabantia, di Fiandra, di Ollanda, d’Enao, & d’altre terre patrimoniali dell’ Imperadore nella Germania inferiore, nel modo, che la medeʃima ʃomma altre uolte fu conʃegnata a Madama Margherita d’Inghilterra, che fu laʃciata uedo ua dal Duca Carlo di Borgogna.
     Et che per iʃchifare le controuerʃie, che potrebbono naʃcere per la succeʃʃione tra figliuoli, che ʃi ʃpera naʃceranno di tal matrimonio, foʃʃe ordinato nel modo ʃoʃʃeguen-
 
     
 
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te prima, che quanto appartiene alla heredità materna, i figliuoli, che naʃceranno di queʃto matrimonio, habbiano da ʃuccedere ʃecondo le leggi, ʃtatuti, & coʃtumi del regno d’Inghilterra, & altri regni, & dominij, che da quello dipendono. ma quanto a beni, che ha da laʃciare il Prencipe, ʃi riʃeruerà prima a Don Carlo, Infante di Spagna, ʃuo primogenito, e ʃuoi figliuoli, e diʃcendenti coʃi maʃchi, come femine tutte le ragioni, che al Prencipe appartengono, o apparterranno nell’ auenire ʃi per la morte della Reina, ʃua aua, come per quella dell’inuittiʃʃimo Carlo ʃuo padre, regni di Spagna, & dell’una, & altra Sicilia, il Ducato di Milano, & altre terra, e dominij d’Italia ʃotto qual ʃi uoglia titolo, che ʃi domanda, con peʃo però delle predette quaranta mila libre di piatto, nel modo ʃopradetto.

          E piu, che in caʃo, che’l detto Don Carlo infante, ouer i diʃcendenti ʃuoi mancaʃʃero, in tal caʃo il primogenito, che naʃcerà di queʃto matrimonio, ʃara ʃorrogato ʃecõdo la natura, leggi, et coʃtumi della ʃucceʃʃio-
 
     
 
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ne di eʃʃi regni& domini.
     Che il detto primogenito ʃuccederà parimente in tutti i Ducati, contati, et terre patrimoniali, che appartengono a Carlo Imperadore tanto in Borgogna, quanto nell’ Alemagna baʃʃa, & in qual ʃi uoglia delle altre dipendenze.
     Che ʃe reʃteranno dopo Don Carlo Infante, & ʃuoi ʃucceori figliuoli di queʃto matrimonio, maʃchi, o femine che ʃiano, in tal caʃo Don Carlo, & ʃuoi diʃcendenti reʃteranno eʃcluʃi delle dette terre, e domini della Alemagna baʃʃa, & della Borgogno; le quali con ogni lor ragioni peruerranno al primogenito; che naʃcerà del preʃente matrimonio; conʃegnando a gli altri maʃchi conueniente portione, & alle femine dote conueniente ne’ regni d’Inghilterra, & domini predetti della Alemagna baʃʃa, & della Borgogna: dichiarando che eʃʃo primogenito, o ʃuoi diʃcendenti non poʃʃano pretender coʃa alcuna ne’regni della Spagna, o d’altri domini del detto Don Carlo Infante; riʃeruato però quello, che gli fuʃʃe laʃciato per teʃtamento dell’ auo, o del padre.
 
     
 
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Che ʃe occoreʃʃe, che di queʃto matrimonio non naʃceʃʃe maʃchio alcuno, ma ʃolamente femine, in queʃto caʃo la primagenita debbe succedere con tutte le ragioni ne’domini della Alemagna baʃʃa, ʃempre ch’ella prenda marito natiuo d’Inghilterra, o di detta Alemagna: & che ʃia con conʃentimento, & con conʃiglio di Don Carlo Infante ʃuo fratello: altrimenti, quãdo ella, ʃprezzato il conʃiglio del fratello, ʃi maritaʃʃe in altra perʃona, che de’ predetti luoghi, in tal caʃo eʃʃa ʃia priuata della ʃucceʃʃione de’detti domini della Alemagna baʃʃa & della Borgogna, & à Don Carlo Infante; o ʃuoi diʃcendenti reʃtino ʃalue & intere le ragioni di cotal ʃucceʃʃione, non mancando però di dare lei, quanto all’altre figliole, che reʃteranno di detto matrimonio, dote conueniente, ʃecondo l’uʃo, & coʃtume di detti regni, & domini; intendendoʃi, ʃi non ui fuʃʃero figliuoli maʃchi.
     Che ʃe per caʃo mancaʃʃe il detto Don Carlo, e tutti ʃuoi diʃcendenti, & che parimente di queʃto matrimonio alcun figliuol maʃchio non naʃceʃʃe, non ʃolamente femi-
 
     
 
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ne, in tal caʃo che la primogenita debbia ʃuccedere non ʃolamente ne’domini della Alemagna baʃʃa, & della Borgogna, ma ne’regni della Spagna anchora, dell’Inghilterra, & d’altri conforme alle leggi, & ordini loro.
     Si ordina ancora, & eʃpreʃʃamente ʃi dichiara, che in qual ʃi uoglia caʃo di ʃucceʃʃione ciaʃcuno, che hauerà da ʃuccedere, debba conʃeruare ad ogni Reina terre, & dominio, et leggi, & ordini loro, & poro al gouerno perʃone naturali di que’regni.
     Vltimamente, che tra il detto Imperadore, il Prencipe, & suoi diʃcendenti inʃieme co’regni, domini, & terre loro, & tra i regni, & domini della detta Reina, debbia eʃʃere per l’auuenire intera, & ʃincera fraternità, unione, et confederatione, che a Dio piacendo, habbia a durare perpetuamente, con aiutarʃi l’un l’altro in qualunque coʃa occorrerà, per conʃeruatione, et augmento de gli ʃtati, de’regni, & de’domini loro; & che ʃpecialmente ʃeguiti l’accordo fatto i Veʃmeʃtre, l’anno
1542. & il trattato fatto in Vtrech, a 16. di Gennaio 1546. Fatte
 
     
 
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queʃte capitolatoni, parue ancora all Reina, & al Conʃiglio d’Inghilterra, che ʃi faceʃʃe mentione di tutto quello, a che uoleuano ubligare la perʃona del Prencipe per ʃodisfattione di quel regno: & fu dichiarato di queʃta maniera, con conditione però, ch’eʃʃo innanzi la conʃumatione del matrimonio, doueʃʃe con giuramẽto confermarlo.
     Che il Prencipe non poteʃʃe ammettere nell’ amminiʃtratione di alcuna ʃorte di officio, o benefico del regno d’Inghilterra, e domini ad eʃʃo pertinenti neʃʃuno foreʃtiero, ma ʃolamente perʃone nate ʃotto il dominio della Reina.
     Che, detto Prencipe debbia accettare, in tutti gli offici della caʃa ʃua, numero conueneuole de nobili, & naʃʃali del regno d’Iinghilterra, & quelli trattar bene, & fauorirgli, non comportando, che d’alcun’ altro ʃtraniero di ʃua caʃa ʃiano moleʃtati ne eʃʃi, ne i uaʃʃali del regno d’Inghilterra; & ʃi i detti ʃtranieri preteriranno, ʃiano caʃtigati, & ʃcacciati fuori della ʃua corte, & del regno.
Che’l Prencipe non leuerà del regno d’In-
 
     
 
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ghilterra le Reina, ʃaluo ʃe da lei nõ ne fuʃʃe pregato: ne meno condurrà fuori i figliuoli, che naʃceranno di queʃto matrimonio; ma laʃcierà, che ʃiano nodriti, & alleuati dentro il regno, con la ʃperanza della futura ʃucceʃʃione: riʃeruato però, che poʃʃa farlo occorrendo il caʃo della neceʃʃità, ouer una opportunità, che lo ricercaʃʃe; & cio facendoʃi col conʃentimento d’Ingleʃi.
     Che in caʃo, che la Reina mancaʃʃe ʃenza laʃciare di ʃe figliuolo alcuno, il Prencipe non habbia ragione alcuna in detto regno, & domini dependenti: ma debba laʃciare la ʃucceʃʃione d’ʃʃi a chi debitamente ʃi aʃpeta ʃecondo gli ordini, & leggi di eʃʃo regno. Che’l Prencipe non rinuouerà coʃa alcuna ne gli ʃtati publici, ouer priuati, ne anco nelle leggi, & ordini del regno, & domini dipendenti da eʃʃo, ma confermerà, & conʃeruerà a ciaʃcuno ʃtato le ʃue leggi, & priuilegi.
     Et piu, che’l detto Prencipe non poʃʃa portare, o fare traʃportare fuor del regno d’Inghilterra le gioie, & altre coʃe precioʃe appartenenti al teʃoro do eʃʃo regno, ne
 
     
 
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meno alienare coʃa, che parimente appartenga a detto regno d’Inghilterra, ne tampoco laʃciar, che ʃiano uʃurpate da ʃuoi ʃudditi, o da altri, anzi operare che qual ʃi uoglia luogo del regno, & iʃpecialmente le fortezza, ʃiano diligentemente guardate per uʃo, & utilità del regno, & de ʃuoi naturali: ne ancora debba permettere, che ʃiano rimoʃʃe le naui, artiglieria, & altri iʃtrumenti belliciatti alla difeʃa, ma fargli guardare con diligenza, & prouedere alla perpetua difeʃa d’eʃʃo regno.
     Vltimamente, che, per occaʃione del preʃente matrimonio, il regno d’Inghilterra non debba dirittamente or indirittamente intrometterʃi nella guerra, che hora è tra l’Imperadore & Re di Francia, anzi che’ detto Prencipe debba con ogni ʃon potere procurare, che la pace, laqual è fra i regni di Franza, e d’Inghilterra, ʃia oʃʃeruata, & che non ʃia data occaʃione alcuna di romperla, accioche non naʃca coʃa, per laquale ʃi poʃʃa intendere, che ʃia derogato al contratto, che fu fatto ultimamente, della pace, & amicitia tra detti regni; ma che in-
 
     
 
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quanto a gli altri regni, & domini patrimoniali, eʃʃo Prencipe rimanga libero di poter alutare l’Imperador ʃuo padre, a difeʃa delle ʃue terre, come a uendetta della ingiurie riceuute, ʃecondo che meglio gli parerà. Erano già, come ho detto di ʃopra, publicati i capitoli, & conuentioni ʃopraʃcritte, in ogni qualità di perʃone; & ʃi conoʃceua,; la Reina eʃʃer eʃtremamente inclinata a prender piu preʃto il Prencipe per marito, che alcun’ altro de propoʃti: per laqual coʃa ui furono di quelli, che s’immaginarono d’impedire queʃto negotio con tumulti, preʃuadendoʃi, che facendoli ʃotto preteʃto di eʃʃer ʃolamente contra foreʃtieri, per il ben publico, non diʃubidiuano alla Reina. Et tra principali tumultuanti un fu Pietro Carro, l’altro, Thomas Huuiet, il terzo, il Duca di Suffolch. il qual Duca eʃʃendo in Torre, per commandemanto della reina, & ʃopragiunto da una indiʃpoʃitione gruae, a prieghi della Ducheʃsa ʃua moglie, ʃua Maeʃtà lo liberò di Torre, dandogli la caʃa per prigione, con conditione però, che ad ogni requiʃitione ritornaʃse in Torre:
 
     
 
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& non fu preʃto fuori, & alquanto rîhauuto, che s’accompagnò cõ li due prenomi nati, pigliando carico per la paerte ʃua. Fecero conʃiglio fra di loro, & ordinarono, che ʃi ʃteʃʃe ʃu le prattiche ʃecretamente, ma non fi faceʃse mouimento alcuno, inʃino alla uenuta del Prencipe, ilquale s’aʃpettaua di corto. Pietro Carro, eʃʃendo per queʃto effetto andato in Cornouaglia, fu tanto incontinente, che come deʃideroʃo di nouità, ʃenza oʃseruare l’ordine dato, ʃi copri auanti il tempo. Ilche preʃento dalla Reina, lo mandò ʃubito a chiamare per catigarlo, egli temendo ʃe ne paʃsò in Franza. Inteʃoʃi tutto queʃto dall’ Huuiet, & dubitando egli ancora di non eʃsere ʃcoperto, fi diʃpoʃe, quantunque gli pareʃse fuor di tempo, di fare alcun mouimento. Et coʃi, nel paeʃe di Chempton, cominciò a ragunare di molta gente, & con preʃtezza ʃolleuò tutta quella parte di paeʃe, pouendoʃi ad ordine per marchiare alla uolta di Londra. La qual coʃa intendendo la Reina, diʃegno di mandar contra il detto Huuiet il Duca di Suffolch con genti; & mandato per eʃso, trouarono, che egli
 
     
 
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fermamente credendo eʃsere ʃcoperto; & hauendo già udito il tumulto dell’ Huuiet, ʃe n’era caualcato conforʃe dugento caualli nel paeʃe del Contado di Varoic; nel qual luogo cominciò di nuouo a proclamar la figliuola Reina: & facendo inʃtanza di uoler entrare in una città, molto principale in quelle parti, confortando gli huomini d’eʃsa a ciò, non potè ottenerla, ne hebbe luogo alcuno la ʃua eʃʃortatione: percioche la Reina, inteʃa la fuga ʃua, ʃubito hauea eʃpedito a quelle parti, doue ʃapeua che’l Duca caminaua: & fattolo bandire per traditore, trouandoʃi il Duca non hauer potuto inʃignorirʃi di quel luogo atto a riceuere ʃe, et le genti ʃue, e manco hauere mai potuto, che a ʃua richeiʃta ʃi moueʃʃe un’huomo di quel paeʃe, ʃi trouò al tutto fuori di ʃperanza di poter fare alcun buon’ effetto, o giouamento per ʃeruigio del trattato, e tanto maggiormente, quando inteʃe, che’l Conte di Nutenton gli uenia dietro, mandato dalla Reina per impedirgli i ʃuoi diʃegni. Ilqual Conte eʃʃendo huomo prattico, & anco particolare ʃuo nimico, non poeua penʃare al-
 
     
 
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tro; ʃe non che egli l’haueʃʃe a ʃeguire ʃenza alcuna forte di riʃpetto: & perciò deliberò di uolere dar luogo alla fortuna, col cercare di uʃcire ʃconoʃciuto del regno. onde, chiamati i ʃuoi ʃeruitori, comparti loro quanti danari haueua, pregando ciaʃcun di loro a procacciarʃi la ʃalute infin’ atanto, che ad altro miglior tempo ʃe ne poteʃʃe ʃeruire. licentiatili ʃenza uolerne ueruno in compagnia, ʃi conduʃʃe ad un lauoratore di una ʃua poʃʃeʃʃione, pregandolo, che uoleʃʃe naʃconderlo tanto, che fuggiʃʃe dalle mani del Conte di Nutenton. a che riʃpondendo il lauoratore promiʃe, che lo naʃconderebbe, & ancora lo ʃaluerebbe molto tempo, ʃenza che il ʃapeʃse alcuno. e con queʃta promeʃʃa lo conduʃse in una campagna, doue era un’arboro, che dentro era molto uuoto, et iui lo naʃcoʃe, prometten dogli portare da uiuere ogni giorno: ma dapoi, penʃato piu lũgamente al riʃpetto de’ bandi, che per tutto faceua fare la Reina per ritrouare il Duca, & forʃe piu preʃto dall’ intereʃʃe di qualche guadagno, andò a trouare il Conte di Nutenton, & ʃecegli intendere, ch’egli teneua
 
     
 
[48b]
 
 
naʃcoʃo il Duca. il qual Conte uenuto inʃieme con lui all’allogiamento ʃuo, trouò che’l Duca, eʃʃendo ʃtato uicino a due giorni ʃenza mangiare, & quaʃi morto di fame, & di freddo, era uʃcito dell’arboro, & uenuto a caʃa del lauoratore, e ʃi riʃcaldaua. la onde, ʃopragiunto dal detto Conte, fu fatto prigione, & condotto in Londra. In queʃto tempo la Reina, uedendo non ʃi poter ʃeruire del Duca di Suffolch per mandare contro all’ Huuiet, ui mandò il Duca di Norfolch con genti, artiglieria, e munitione d’ogni ʃorte. il quale eʃʃendo andato a trouar l’Huuiet, infin’ a Roceʃtre, & poʃtoʃi in uiʃta d’eʃʃo con le genti; Huuiet ʃi poʃe inordine per combattere. di che accorteʃi le genti del Duca, ʃenza uergogna tutte in un tempo paʃʃarono all parte d’Huuiet, dandogli nelle mani l’artiglieria, & ogni’altra ʃorte di monitione. ʃi che’l Duca non potè in modo alcuno rimediarui, anzi poco tempo dopo fu anch’egli fatto prigione, ma però in brieue rilaʃʃato dall’ Huuiet; il qual gli fece intendere, che ʃe uoleua eʃʃer con lui a liberar la patria, lo tratterebbe molto bene, hauendo-
 
     
 
49
 
 
lo ʃempre tenuto da padre: & doue pur uoleʃʃe ritornar alla Reina, ch’era in ʃua liberta di farlo: ma che lo pregaua, che non uoleʃʃe mancare di dire a ʃua Maeʃtà, che quel le arme non erano contro a lei, ma contro a gli ʃtranieri, & per mantenere nella prima libertà il paeʃe, & la patria ʃua. Piacque al Duca di ritornarʃi: & molti altri ritornarono con lui, laʃciando però ogni lor monitione de guerra, e tutta l’artiglieria, & la maggior parte delle genti, che uolʃero rimanere con l’Huuiet. il quale non molto dapoi cominciò mila fanti uerʃo Londra, con intentione di hauere in eʃʃa coʃi gran parte, che nõ gli haueʃʃe ad eʃʃer biʃogno d’inʃanguinar molte corazze, o altr’arme, tenendoʃi per facile l’entrata. Ma, inteʃo la Reina la uenuta di coʃtui, con tutto ch’ella ʃi trouaʃʃe diʃarmata, e con poco rimedio di reʃiʃtere a tanto’ empito, non reʃtò per ciò, che non moʃtraʃʃe il ualoroʃo, & geberoʃo animo ʃuo, col porre a meglio, che potè, l’arme in mano a forʃe 500. huomini, la maggior parte ʃtranieri, & certi pochi paeʃe, & ad al-
 
     
 
[49b]
 
 
tri tanti caualli. e, chiamato dapoi il popolo a parlamento, cercò di moʃtrargli tutte le ragioni, che la moueuano a pigliare marito foreʃtiero, & il Prencipe di Spagna, et la ʃicurezza, che ne naʃceua quel regno, facendogli capaci, come non u’era altra forza atta a difenderlo dal Re di Frãza, il qual di già s’era inʃignorito della Scotia, che quella del Prencipe do Spagna; & che non era ʃolamente il parer ʃuo, ma ancora di tutto il Conʃiglio d’Inghilterra, il qual era ʃtato quello, che, per ʃalute della libertà di quel regno, haueua coʃi deliberato: della qual deliberatione s’era contentata, credendoʃi, che ciò, che faceʃʃe il Conʃiglio, non poteʃse eʃʃere ʃe non a ʃodisfattione di tutti. Per la qual coʃa il pregaua, che, come amoreuoli di ʃe ʃtesʃi, & della patria, uoleʃsero prender l’armi a difendere ʃe ʃteʃʃi, & la giuʃtitia inʃieme con lei contro a rubelli, i quali fuori di quel debito, che doueuano alla lor Reina, e di quell’obligo, che ʃi tiene alla patria, haueuano perʃe l’armi, e già ʃi auuicinauano per leuarle quella auttorità, che poco auanti di conʃenʃo loro, & del Conʃiglio
 
     
 
50
 
 
l’era ʃtata data: & che, come inʃolenti, & deʃideroʃi di mal fare, non ʃi fermerebbono a queʃto, ma leuerebbono ad eʃsi ancora la robba delle caʃe, l’honor delle lor donne, & a molti la uita: ʃoggiungendo, che, quando in ciò non uoleʃser fare il debito loro, ʃperaua, che Iddio, come quello, che l’haueua preʃeruata in molto maggior fortune, parimente in queʃta non l’abbandonarebbe. Il popolo ʃtette attentamente ad udire la Reina; &, conoʃciuto, che la ragione, allegata da quella, era la pura, & mera uerità, cominciò a gridare; Viua la Reina, & uiua il Prencipe di Spagna, offerendoʃi di buona uolontà, o perdere le uite loto, e la facultà, o di ʃaluere lei, e ʃe ʃteʃʃi. e coʃi pigliando arditamente l’arme, ʃi miʃero in punto per prouedere, che l’Huuiet non poteʃse loro nuocere: & diedro alcun ordine per quella parte onde egli ueniua. & fra l’altre prouiʃioni chiuʃero a porta, oue ʃi paʃsa il ponte, laʃciadoui buona guardia di genti: non potẽdo entrare l’Huuiet per altronde, ʃe nõ paʃsa ua il Tamiʃio, fiume groʃʃiʃʃimo, che non ʃi può paʃʃare, ʃe non con barche. & ʃimil-
 
     
 
[50b]
 
 
mente poʃsero guardie in altre parti della città, doue giudicarono eʃʃerne biʃogno. In queʃto mezo ʃeguendo il uiaggio ʃuo uerʃo Londra l’Huuiet, giunʃe alla porta ʃopradetta; & uedendo di non potere entrare, propoʃe di andar à paʃʃare di ʃopra Londra intorno XII. miglia, & tentare da un’ altra parte della città, ʃe poteʃʃe entrare: & paʃʃato, giunʃe alla porta della terra, uerʃo Vaʃmeʃtro, con alcune poche delle ʃue genti. Faceua inʃtanza con corteʃi parole, che uoleʃʃero aprirgli, dimoʃtrando loro, che doueano farlo, eʃʃendo egli de ʃuoi, & che era in quel luogo per mantenere la libertà di quel regno, & difenderlo da foreʃtieri; acciò che non fuʃʃe poʃto in perpetua ʃeruitũ; come auuerebbe, ʃe lo laʃciauano capitar in mano d’eʃʃi. ma per tutto ciò ogni ʃua ragione riuʃcì uana percioche trouandoʃi a quella porta una guardia fedeliss[ima]. alla reina, gli fu riʃpoʃto, che doueʃʃe dimandar perdono alla Reina: ch’altrmẽte ne con genti, ne ʃolo era per entrar in Londra; uolendo eʃʃi per ʃeruigio di ʃua Maeʃtà uiuer, & morire, ʃi come debitamente deueano fare tutti i fedeli uaʃʃalli
 
     
 
51
 
 
uerʃo il lor Re. Intanto, che’l detto Huuiet era uenuta alla porta con poca gente procurar l’entrata, haueaua laʃciato intorno a Londra in una prateria tutta la ʃua gente. ma in queʃto mezo il Conte di Pembruc, conoʃciuta l’occaʃione, uʃci fuor d’un’ altra porta, con caualleria, & fanteria, & andò ad inueʃtire ualoroʃamente quelle genti; le quali eʃsendo ʃenza capo, ʃi disfecero facilmẽte; reʃtãdone alcuni morti, molti feriti, et infiniti pregioni. Era alla guardia di fuori della porta, doue ʃi conduʃʃe l’Huuiet, Cortinè con caualleria; & haueua ordine, di non laʃciar accoʃtar i nimici; et che, ʃe cercauano di approʃʃimarʃi, doueʃʃe combattere. ma eʃʃo, o per non hauere alcuna eʃperienza nelle coʃe della guerra, o pur conoʃcendo eʃʃer meglio laʃciarlo paʃʃare, poi che era con poca compagnia, lo laʃsò ʃcorrere in fino alla porta ʃenza dagli moleʃtia, o cercare d’impedirlo, onde tra molti nacque opinione, che tra loro fuʃʃe intelligenza, & accordo; & ne ʃtette pregione con pericolo della uita, infin tanto, che l’Huuiet alla morte ʃua giuʃticiò, che queʃto gentil’huo-
 
     
 
[51b]
 
 
mo non era in acluna colpa. Ritornando al ragionamento primo, dico, che hauendo il Conte di Pembruc disfatte le genti dell’ Huuiet, che ʃe ne ʃtaua in quel tempo alla porta, & ʃentendo Cortinè la fuga d’eʃʃe, gridando ammazza, ammazza, diede dentro in detto Huuiet, & nelle ʃue genti, & con poca ucciʃione preʃe lui, & la maggior parte de’ ʃuoi; non hauend’ egli tempo ne di ʃaluar ʃe, ne di dare alcuna ʃorte diʃoccorʃo a ʃuoi ʃoldati. coʃi fu condotto in Torre. Era ʃtata la Reina molto eʃʃortata, che douesʃe per ʃua maggior ʃicurezza ritierarʃi in Torre, & non aʃpetter in quel luogo la uenuta dell’Huuiet: ma eʃʃa con animo inuitto ricusò ʃempre d’acconʃentire a tanta uiltà: & fu bene: percioche in un tempo ʃi fece conoʃcere per generoʃa, & leuò la ʃtrada d’inuilier il popolo, come hauerebbe fatto, s’ella ʃi fuʃʃe dipartita. Fermoʃʃi adunque con animo franco & uirile, hauendo intorno 500. huomini ben armati, con groʃʃe prouiʃioni per difenderʃi, facendo biʃogno: anzi faceua inʃtanza di uoler andare in perʃona a combatter con l’Huuiet, ʃe le
 
     
 
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foʃʃe ʃtato conceʃʃo. Vedeuanʃi dalle fineʃtre del palazzo della Reina le genti, che l’Huuiet haueua laʃciate nelle praterie: & andandoui ʃua Maeʃtà per uederle, ui giunʃe in tempo, che Pembruc le combatteua: laquale, eʃʃendo uicina un tiro d’archibuʃo, uidde chiaramente il ualore de’ ʃuoi ʃoldati, & la uendetta de’ ʃuoi nimici, con la uittoria di Pembruc. et non poteua ʃeguirne altro fine per ʃua Maeʃtà, poi che i ʃoldati erano condotti da coʃi buon capitano, et cõbatteruano per il giuʃto, & contra gli nimici della fede catolica, di che preʃe ʃua Maeʃtà quella contentezza, che può ogn’uno imaginarʃi; e trouandoʃi libera da coʃi graue pericolo, reʃe gratia a Dio di cotanta uittoria. Trouauaʃi, come è detto di ʃopra, prigione il Duca di Suffolch, & l’Huuiet, con alcuni altri principali del regno: onde uolendo il Conʃiglio ueder quello, che la giuʃtitia determinaua di loro, cominciarono a proceʃʃarli: & in pochi giorni ʃententiarono a morte il Duca, & fu decapitato. Nel proceʃʃar l’Huuiet parue, che gli fuʃʃe dato ʃperanza di ʃaluargli la uita, orni uolta che
 
     
 
[52b]
 
 
confeʃʃaʃʃe tutti i cõʃapeuoli della congiura; ond’egli, o fuʃʃe per odio particolare, o perche gli fuʃʃe fatto dire, confeʃsò, che Cortinè era conʃapeuole del tutto, & ch’era ordinato, ch’egli pigliaʃʃe per moglie Eliʃabetta, & ʃi faceʃʃe Re. ma diceua il falʃo, ʃi come anch’egli alla morte ʃua confeʃsò, dicendo, che tutto quello, che haueua detto, era ʃtato per ʃaluezza ʃua, ma non che fuʃʃe coʃi in uerità. Non rimarrò ancora di dire, che ui furono molti, che diceuano, che’l caʃo di Cortinè era ʃtato d’altra maniera, cioè, che. Hauendo egli hauuto ʃperanza di hauere per moglie la Reina, & ueduto dapoi, il negocio eʃʃerʃi conchiuʃo per il Prencipe, ʃdegnato di ciò, ʃi uolgeʃʃe a ʃeruire, e moʃtrarʃi in tutto ʃeruitore ad Eliʃabetta la qual coʃa hauendo forʃe dato qualche ʃoʃpetto, fu cagione di far imprigionare & l’uno, & l’altro. Seguia del continuo la giuʃtitia nel proceʃsare i rubelli prigioni: & in pochi giorni ne furono appiccati per Londra dugento, di modo, che nõ ʃi poteua andar per ʃtrada alcuna, che nõ ʃi haueʃʃe auanti a gli occhi quell’ horrendo ʃpettacolo d’huomini morti. Sa-
 
     
 
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rebbeʃi proceduto a maggior ucciʃione: ma la Reina di ogni crudeltà lontana, e tutta bengina, & pietoʃa, fermò la rigoroʃa eʃʃecution della giuʃtitia; & di tutti quelli, ch’erano reʃtati, ad alcuni donò la libertà, & parte nella prigione ritenne. Il muouimento del Duca di Suffolch, & la nuoua proclamatione della figliuola Reina, fu cagione, che quella pouera ʃignora inʃieme col marito, quantunque nonconʃapeuoli di ciò, fuʃʃero dalla giuʃtitia condannati a morte. a’ quali forʃe ʃarebbe ʃtato perdonato primo errore, ʃi come la clementiʃʃima Reina moʃtraua giàhauere deliberato. pronuciata queʃta ʃentenza, fu mandato un teologo, ualent’ huomo, perche haueʃʃe cura do perʃuadere le Gianna, & trarla di quell’ errore, nelwual era uiuuta infino allhora, accioche, morendoil corpo, non perdeʃse l’anima. Andò il teologo a uiʃitarla, & doppo alcune perole di cerimonia, incominciò a uoler eʃsequire quanto gli era ʃtato impoʃto. ond’eʃsa, aʃcoltatolo aʃsai, gli riʃpoʃe, che troppo haueua indugiato a far cotal ufficio, e che nõ u’era tempo a baʃtãza
 
     
 
[53b]
 
 
di poter attendere a tante coʃe? Per lequai parole, credendoʃi il buon huomo di poter con un poco di tempo ridurre queʃta Signora alla uera ʃtrada, parendogli hauerla trouata con buona diʃpoʃitione, ʃe n’andò a trouar la Reina; & narrando la riʃpoʃta d’eʃsa Gianna, la supplicò a uolerle prolungar alquanto la uita; accioche haueʃse tempo di conuertirla. ilche gli fu conceʃso da ʃua Maeʃtà, facendole allargare tre giorni di termine. andoʃsene il teologo a trouare nuouamente Gianna, & le diʃse, che a fine, ch’ella haueʃse tempo di poter ammendarʃi de’ʃuoi errori, la bontà della Reina gli haueua fatto gratia di prolũgarele tre giorni la uita: & che la pregaua a uolere in quel tempo attendere alla ʃalute dell’anima ʃua: confortandola a ciò con tutte quelle buone ragioni, che la ʃua molta bontà da molta dottrina a compagnata gli detaua. Nondimeno ella ʃempre dimoʃtrò poco apprezzare l’offera, dicendogli, che quantunque ella haueʃse detto quelle parole, non era però ʃtato con intentione, ch’eʃso lo doueʃse riferire all Reina: anzi che mentre non l’ha-
 
     
 
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ueua ueduto, haueua di modo addandonare le coʃe del mondo, che non penʃaua punto al timor della morte: ma che s’era preparata di riceuerla patientemente di quella maniera, che piu foʃse piaciuto alla Reina: ʃoggiugendo eʃsere ben uero, che alla carne, come coʃa mortale, doleua, ma che l’anima ʃua ne ʃtaua gioioʃa, douendo partire da coʃi fatte tenebre, per ʃalire ad una eterna luce, ʃi come eʃsa ʃperaua per la ʃemplice miʃericrodia di Dio. Era queʃta Signora di molte buone lettere dotata, ʃi greche, come latine, & nelle ʃe della ʃacra ʃcrittura ʃcientiata molto: e perciò con tutta la gran diligenzia, che uʃaʃse il teologo, fu molto difficile il perʃuaderle alcuna coʃa buona, auenga che eʃso con buon zelo, & uera carità, non l’abbandonaʃse giamai fin al punto della morte: inanzi laquale, hauendo coʃtei per bene di dar conto al mondo della ʃua proclamatione, & come tutto era ʃtato fatto ʃenza ʃuo conʃentimento, & ʃenza ʃua uoglia, fece in queʃta forma la ʃeguente dichiaratione.
     Anchora che la mia colpa ʃia tale,
 
     
 
[54b]
 
 
che, ʃenza clemenza della Reina, non poʃʃa ottenere perdono, ne dimandar remiʃʃione alcuna, hauendo prestate orecchie a quelli, che in quel tempo, non ʃolamente da me, ma dalla maggior parte di queʃto regno, ʃaui erano riputati, & hora con ʃuo, & mio gran danno, & uergogna s’hanno fatto conoʃcere tutto il contrario, col uolermi donare quello, che non era ʃuo, ne a me conueniua di accettarlo. la onde mi uergogno a chiedere di un tanto delitto perdono, ma coʃi come hora confeʃso l’ignoranza mia, che mi conduce a tal fine, ʃe la gran miʃericordia di ʃua Maeʃtà non ui s’intramette: coʃi ʃpero, che, ʃe ben la mia colpa è grande, almeno ʃarà conoʃciuta non eʃʃer in tutto cagionata da me: percioche ancora che io prendeʃʃi ʃopra da me quello, di che non era degna, non ʃi potrà giami dire ch’io lo ricercaʃʃi, ne che di ciò mi contentaʃʃi. & che ʃia uero, hauendomi la Ducheʃʃa di Notomberlano promeʃsonelle mie nozze con ʃuo figliuolo, ch’ella ʃi contenterebbe, ch’io ʃteʃʃi in caʃa con mia madre; intendendo poi, che publicamente ʃi diceua, che
 
     
 
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non era piu ʃperanza nella uita del Re; e dicendole ciò il Duca ʃuo marito, il quale medeʃimamente fu il primo, che a me lo diceʃʃe: mi commiʃe, ch’io non doueʃʃi uʃcir piu di caʃa ʃua; ʃoggiungendomi, che, quando a Dio piaceʃe chiamare alla ʃua miʃericordia il Re, il che ʃarebbe ʃtato preʃto, ch’era neceʃʃario, ch’io me n’andaʃi ʃubito in Torre, hauendomi fatta herede ʃua Maeʃtà del regno. Le quai parole, dettemi coʃi alla ʃprouiʃta, certo commoʃʃero grandamente l’animo mio, e mi fecero ʃtupire, & anco dapoi mi aggrauarono molto. e con tutto ciò attendendoui poco, & facondone poco conto, non reʃtaua d’andare a mia madre. ma la Ducheʃʃa, adirataʃi & con lei, & con meco, le diʃse, che ʃe ʃi riʃolueua a tener me, ella medeʃimamente terrebbe appreʃʃo di ʃe il mio marito; al quale anderei dapoi in ogni modo. et perciò non uolend’io diʃubidirla, per tre, o quattro giorni me ne reʃtai in caʃa, infin a tanto, ch’a di andar a Celʃo, palazzo del Duca di Notomberlano. doue poco dapoi eʃʃendomi amalata, per la Signora Secline, mia cognata, & figliuola del
 
     
 
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Duca di Notomberlano, il Conʃiglio mi mãdò a chiamare; facendomi intendere, che quella ʃteʃsa notte doueʃʃi andare a Sion, luogo del Duca di Sommerʃero, per riceuer quello, che mi era ordinato dal Re: nel qual luogo, alla giunta noʃtra, non trouammo perʃona alcuna, ma ui uenner poco dapoi, il Duca di Notomberlano, il Marcheʃe di Noranton, il Conte d’Arondel, il Conte di Vininton, & il Conte di Pembruc: da’ quali fui aʃsai trattenuta, auanti che mi diceʃʃero la morte del Re; & maʃʃimamente da i detti Vininton, & Pembruc; i quali, facendomi riuerenze inʃolite, ne conuenienti alla ʃtato mio, inginocchiandoʃi in terra, mi faceuano eʃtremamente uergognare. Alla fine fecero uenore dou’era io, mia madre, la Ducheʃʃa di Notomberlano, & la Marcheʃa di Noranton. il Duca do Notomberlano, come preʃidente del Conʃiglio, manifeʃtò la morte del Re, dimoʃtrando, quanta cagione haueuano di rallegrarʃi tutti della buona, uirtuoʃa uita, ch’egli hauea menata, & per l’ottima morte, che haueua fatto; moʃtrando di confortare ʃe ʃteʃso, & i circon-
 
     
 
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ʃtanti, che nel fine della uita ʃua haueʃse hauuto ʃi gran cura del ʃuo regno, cõ pregare noʃtro Signor Dio, che lo guardaʃse dall’opinione contraria alla ʃua, & che lo liberaʃʃe dalle ʃue non buone ʃorelle, ʃegnando il medeʃimo Duca, che la detta Maeʃtà haueua ben conʃiderato un’atto di parlamento, nel quale fu già deliberato, che qualunque uoleʃʃe riconoʃcere Maria, ouer Eliʃabetta ʃorelle, per heredi della Corona, fuʃʃe tenuto traditore, eʃʃendo stata Maria diʃubidiente al Re Henrico ʃuo padre, & anco a ʃe medeʃima, & principalmente nimica capital della parola di Dio, & ambedue baʃtarde: & che per ciò egli non uolle mai intendere, che fuʃʃero ʃue heredi; ma uolle in ogni modo diʃeredarle; & per ciò, innanzi la morte ʃua, hauea commandato al Conʃiglio, & conʃtrettolo, per l’honor, che doueuano a lui, per l’amor, che portauano al regno, & per la carità, che ʃi dee alla patria, che doueʃʃer ubidire alla ʃua uolontà, & far ch’ella haueʃʃe effetto: ʃoggiungendo di piu eʃʃo Duca, ch’io era la herede nominata da ʃua Maeʃtà, & che le mie ʃorelle mi haueano a
 
     
 
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ʃuccedere, in caʃo ch’io fuʃsi mancata ʃenza figliuoli, nati di me legitimamente. alle quai parole tutti que’ Signori del Conʃiglio s’inginocchiarono, dicendo, che mi rendeuano quell’ honore, che mi ʃi conueniua, eʃʃendo della linea retta; & ohe[sic] in ogni modo uoleuano oʃʃeruare quello, che haueuano promeʃʃo, con animo di ʃpargere per ciò il ʃangue, & di perder le proprie uite. Onde io, hauendo inteʃo queʃto, quanto reʃtaʃʃi fuori di me, & iʃtupida, laʃʃerò farne fede a quelli, che ʃi ritrouarono preʃenti, iquali mi uidero cadere in terra piangendo, & grauemente dolermi. et, dimoʃtrata la mia inʃofficienza a que’ Signori, mi dolʃi con eʃʃi della morte di coʃi nobil Prencipe, & infine mi riuolʃi a Dio, pregandolo, che, ʃe quello, che mi ueniua donato, era mio dirittamente, mi uoleʃe far gratia, ch’io poteʃʃi gouernarlo in ʃuo ʃeruigio & utilità di queʃ regno. Il ʃeguente giorno, come ogniuna, fui condotta in Torre: & poco dapoi da Milordo, gran teʃoriero, mi furono date la gie; con le quali mi portò anco la corona, ʃenza che pur gli fuʃʃe dimandata
 
     
 
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in nome mio; e uoleua, ch’io me la poneʃʃi in capo, per far proua, ʃi me ʃtaua bene. il che rifiutando, egli mi diʃʃe, che ue ne ʃarebbe anco una per incoronare il mio marito. le quai parole io ʃenti con mio gran diʃpiacere: e doppo la partita di detto Milord, fui con mio marito, e di ciò ragioni con eʃʃo tanto, che lo riduʃʃi ad acconʃentire, che, s’egli douea eʃʃere fatto Re, ʃarebbe fatto per me, e per uia del Parlamento. Mandai dapoi a chiamare il Conte d’Arondel, & il Conte di Pembruc, e diʃʃi loro, che, quando la corona ueniʃse a me, io mi riʃolueua a non uoler fare mio marito Re, ne lo conʃentirei mai: ma che mi contentaua di farlo Duca. il che eʃsendo riferto a ʃua madre, ʃi adirò con meco oltra modo, e perʃuaʃe ʃuo figliuolo, che non dormiʃse piu meco: il quale l’ubidi, affermandomi, ch’egli non uoleua eʃser Duca, ma Re. Ond’io ʃapendo, che la mattina ʃeguente per commiʃʃione della madre ʃe ne doueua andare a Sion, fui ʃforzata, come donna, & amoreuole di mio marito, mandare a lui il Conte d’Arondel, & il Conte di Pembruc, accio che ope-
 
     
 
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raʃsero che ueniʃse a me, come fecero. & coʃi dal Duca, & dal Conʃiglio fui ingannata, & da mio marito, e da ʃua madre mal trattata. oltre a ciò, ʃi come è fama, il Gatz ha confeʃsato, ch’egli fu il primo a promouere al Re, di farmi ʃua herede. nel reʃto, io non ʃo quello che’l Conʃiglio haueʃse determinato di fare; ma ʃo ben io di certo, che due uolte ʃono ʃtata auelenata, la prima in caʃa della Ducheʃsa di Notonberlano, & l’altra qui in Torre. Venuto il giorno della ʃua morte, & di quella del marito, egli, che, prima che moriʃʃero, diʃideraua darle gli ultimi baci, & gli ultimi abbracciamenti, la fece pregare, che ʃi contentaʃʃe, ch’egli andaʃʃe a uederla. et ella fece riʃpondergli, che, ʃe la uiʃta loro haueʃʃe a dar conforto alle loro anime, molto uolentieri ʃi contenterebbe di uederlo; ma che, douendo la lor uiʃta accreʃcere ad amendue miʃeria, & apportar maggior dolore, meglio era per allhora rimettere quell’atto, poi che in breue ʃi haueuano a uedere in altra parte, & uiuere d’indiʃʃolubil nodo perpetuamente congiunti. Nell’ordinato giorno al marito
 
     
 
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fu publicamente mozzo il capo. per lei fu preparata in Torre la manara: alla quale innanzi che fuʃʃe condotta, fu ricercata dal gouerntore di Torre, a laʃciargli alcuna memoria di lei, a ciò ʃtringendolo la molta affettione, che le portaua. & eʃʃa, fattoʃi dare un piccol libretto, ui ʃcriʃʃe ʃopra tre ʃentenze, una greca, una latina, & una Ingleʃe, lequali erano in queʃta ʃoʃtanza. la greca era tale. La morte darà la pena al mio corpo del fallo, ma la mia anima giuʃtificarà inanzi al cõʃpetto di Dio la innocenza mia. La latina diceua, Se la giuʃtitia ha luogo nel mio corpo. l’anima mia l’hauera nella miʃericordia di Dio. L’Ingelʃe. Il fallo è degno di morte, ma il modo della mia ignoranza doueua meritar pietà, & eʃcuʃatione appreʃʃo il mondo, & alle leggi. Condotta poi, doue doueua finire la uita, & giunta a piedi del tribunale, uoleʃi a quelle genti, ch’erano preʃenti, & tutti ʃalutò, pregando ogniuno con pietoʃo, & nobile aʃpetto a uoler credere che la ʃua morte naʃceua dalla ʃua innocenza: & preʃo per la mano il teologo, il quale, ancor che non ha-
 
     
 
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ueʃse potuto far frutto alcuno, non l’haueua giamai abbandonata, l’abbracciò, dicendogli, andate, che noʃtro Signore Dio ui contenti d’ogni uoʃtro deʃiderio: e ʃiate ʃempre infinitamente ringratiato della compagnia, che m’hauete fatta; auenga che da quella ʃia ʃtata molto piu noiata, che hora nõ mi ʃpauenta la morte. Et ʃalita ʃopra il tribunale, e da ʃe ʃteʃsa ʃcioltiʃi i capelli, gittandoʃeli inanzi a gli occhi, et poʃta la teʃta ʃotto il cepo, dal giuʃtiziero, con molta compaʃʃione de riguardanti, le fu leuata dal buʃto. Eraʃi in queʃto tempo gia ʃtabilito il matrimonio della Reina col Prencipe: ilquale a XIX. di Luglio, l’anno 1554. comparʃe in uiʃta d’Inghilterra, al porto d’Antona, eʃsendo appunto l’anno, che la Reina era ʃtata proclamata. L’armata, che haueua con ʃeco ʃua Maeʃtà, erano al numero di ottanta naui groʃse, & quaranta carauelle, cioè uaʃselli di minor grandezza. ue n’erano dapoi diciotto della Reina, & altrettante di Fiandra, lequali erano ʃtate ʃempre a coʃta, aʃʃicurando il camino. Erano al detto porto d’Antona in eʃsere, per
 
     
 
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andar a riceuere ʃua Altezza, i ʃottoʃcritti Signori, Milord Paggeto, Cõte di Rottolãte, milord Priuiʃel, Conte di Rondel, Milord Ponʃguatir, il grã teʃoriero. tutti queʃti ʃono del Conʃiglio, et hanno l’ordine della Garatiera. e di piu u’erano Milord Stranger, Milord Matrauerʃo, Milord Veʃtin, fatti gentilhuomini della bocca di ʃua Altezza: il Marcheʃe de las Naos, Ambaʃciatore di ʃua Altezza, inʃieme co’predetti Signori, eʃsendo ʃtati inuiati ad Antona dalla Reina, perche andaʃser ad incontrare ʃua Altezza. la mattina a XX. del meʃe, che fu il Giouedì, montarono ʃopra una naue coperta di tela nera et bianca, guarnita di dentro di tapeti finiʃʃimi, cõ un ʃeggio coperto di broccato; & condotti da 20. huomini , che uogauano, ueʃtiti di uerde, & di bianco, impreʃa della Reina, ʃe n’andarono a trouar il Prencipe, accompagnata da diece altri naui,coperte tutte di panni razzi; le quali haueua fatto metter in ordine in gran Ciamberlano, come maggiordomo di ʃua Altezza, datogli per tal ufficio. Queʃti giunti all’armata, s’appreʃentarono al Prencipe,
 
     
 
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dal quale furono accolti allegramente; & fatte le debite riuerenze, et eʃpoʃtogli quãto haueuano in commiʃʃione dalla Reina, inuitarono ʃua Altezza nella naue; ilqual entratoui, inʃieme co’l Duca d’Alua, Maggiordomo maggior, il Signor Ruigomez de Silua, primo camerier maggior, il Signor Don Antonio di Toledo, primo cauallierizzo maggior, & il Signor Don Pedro Lopes, Maggiordomo, ʃe ne uenne ad Antona. Arriuati alla ʃcala del molo, ʃmontarono in terra: doue ʃe gli fecero incontra infiniti altri Signori, & gentilhuomini di quel regno; ʃalutando ʃua Altezza con humiliʃʃime riuerenze: & fu ʃparata tutta la artiglieria di quel luogo: & quiui da meʃʃer Antonnio Bruno, fatto cauallierizzo di ʃua Maeʃtà, le fu preʃentata una chinea learda, guarnita con fornimento di uelluto cremeʃino, riccamato d’oro, & di perle, con la gualdrappa parimente di uelluto cremeʃino, col medeʃimo riccamo d’oro, & di perle, ueramente ricchiʃʃimo, & belliʃʃimo. Montato a cauallo, andò alla chieʃa: &, fatte le ʃue orationi, fu condotto ad un
 
     
 
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Palazzo, che haueuano fatto mettere ad ordine di belliʃʃimi razzi di ʃeta, & d’oro. Nella ʃua camera haueaua un paramento di damaʃco cremeʃino & bianco, con fiori d’oro, teʃʃuti dentro, & queʃte parole, Henricus Dei gratia Angliæ, Franciæ, & Iberniæ Rex, defenʃor fidei, & caput ʃupremum Eccleʃia Anglicanæ. con un baldachino nella camera, di uelluto cremiʃino, riccamato d’oro, & di perle. L’habito di ʃua Altezza era tale. Calze di ʃeta beretina, co’calcioni di uelluto, riccanati d’argento, & giuppone in foggia di colletto, riccamato ʃimilmente, & ʃopra una rubbetta di uelluto nero ʃemplice; una berretta paʃʃata con certe picciole catene d’oro, con un poco di piuma dentro; al collo una catenad’oro con diamanti dentro, non molto grandi, con l’ordine della Garattiera alla gamba, che queʃti Signori gli haueuano preʃentata in nome della reina; la quale era ornata di molti diamanti di gran ualuta. Smontato al palazzo, non ʃi uidde altro per quel giorno; ma ʃi ʃiette dapoi a uedere sbarccare infiniti Signori Spagnuoli, che
 
     
 
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uʃtiti garbatiʃʃimamente, ueniuano a loro alloggiamenti. la ʃera ʃi fecero fuochi aʃʃai, tiroʃʃi di molta artiglieria, & furon poʃte ʃu la muraglia infinite bandiere. Il ʃeguenti giorno, che fu il Venerdì, ʃua Altezza andò alla meʃʃa, accompagnata da molti Signori del regno, a quali ʃi moʃtrò grato, & gentile. uero è, che fu notato d’alterezza, non hauendo mai leuato la berretta a perʃona. il ʃabbato andò parimente alla meʃʃa, con una pioggia crudele & queʃto giorno il Veʃcouo di Vinceʃtre uenne a fargli riuerenza, accompagnato da cinquanta ʃei gentilhuomini, tutti con le catene d’oro al collo, & ueʃtiti di uelluto nero, con un paʃʃaman d’oro intorno; et cento altri Signori ueʃtiti di panno nero, col paʃʃaman d’oro, & nella manica manca l’impreʃa ʃua: ilquale entrato ʃolo nella camera del Prencipe, non ʃi uide altra cerimonia. Queʃto giorno l’Eccellenza della Ducheʃsa d’Alua sbarcò con le medeʃime naui della Reina, accompagnata da quaranta gentilhomini: et come fu in terra, fu protata ʃopra una ʃedia di uelluto nero da quattro de’ suoi
 
     
 
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gentilhuomini. La Dominica mattina, hauendo ʃua Altezza eʃpedito alla Reina il Signor Ruigomez, con un preʃente di gioie, che paʃsaua la ualuta di centomila ducati, egli ʃe n’andò a meʃsa, ueʃtito medeʃimamente; et tornato a caʃa, mangiò in publico, ʃeruito da gli ufficiali, che gli haueua dati la Reina, con mala ʃatisfattione de gli Spagnuoli: i quali, dubitando che la coʃa non andaʃʃe lungo, mormorauano aʃʃai tra di loro. In queʃto tempo ʃi uedeuano continuamente molti Signori del regno, che ueniuana alla corte, accompagnati chi da dugento, et chi da tre cento caualli. Il Lunedi mattina, con una pioggia, et con un uento crudele, cominciarono a incaminar robe, et bagaglie, uerʃo la corte della Reina, che ʃtaua a Vinceʃtre, terra murata, et lontana da Antona diece miglia. Queʃta mattina ʃteʃʃa giunʃe il Conte di Pembruc, con 250. Caualli: fra quali erano ottãta gentilhuomini, ueʃtiti di uelluto nero, con quattro cordelle d’oro, che faceuano liʃta; et una groʃʃa catena d’oro al collo. gli altri erano ueʃtiti di panno, con le medeʃime cordelle d’oro, &
 
     
 
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l’impreʃe riccamata nella manica. deʃinato che hebbe ʃua Altezza diedeʃi alla tromba, et s’incaminarono cento arcieri a cauallo, con archi, e turcaʃʃi; ueʃgtiti di panno giallo, liʃtati di uelluto roʃʃo, co’cordoni di ʃeta bianca, & roʃʃa,che ʃonno i colori del Prencipe: & di manno in manno s’inuiauano caualli ʃenza ordine, che arriuauano al numero do quattromila. Venuta l’hora che ʃua Altezza uoleua montar a cauallo, da meʃʃer Antonio Bruno le furono appreʃentate diece chinee, in nome della Reina; le quali erano guarnite co’ finimenti di uelluto nero; & con chiodi dorati, & parimente con briglie dorate. ʃua Altezza ʃali ʃopra una di eʃʃe. l’altre furono diʃpenʃate a’principali Signori, per caualcarʃele inʃino alla corte. il Prencipe era ʃopra una chinea learda, co’finimenti ʃemplici di uelltuo nero: et perche pioueua forte, haueua un feltro roʃʃo attorno, & in capo un cappello d’ormeʃino nero. allontanatiʃi d’Antona due miglia, giune un gentil’huomo in poʃta, &, appreʃentato al Prencipe, in nome della Reina, un picciolo annello, lo pregò, che per lo mal
 
     
 
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tempo, che era, non doueʃʃe andar piu auanti. per le qual parole ʃua Altezza ʃi fermò. & fi conobbe di certo, ch’egli hebbe qualche tenienza; & fece ʃubito chiamar il Duca d’Alua, & il luogotenente d’Amon, Ambaʃciator dell’Imperatore, & cominciarono a parlar inʃieme, quando un Signor Ingleʃe, accortoʃi di ciò, ʃi fece innanzi, & diʃʃe in Franzeʃe. Sire, la noʃtra Reina amatantol’Altezza uoʃtra, ch’ella nõ uorebbe che pigliaʃʃe diʃagio di caminar per tempi coʃi triʃti. allhora ʃua Altezza laʃciò il ragionamento, & di nuouo cominciò a marchiar auanti: doue ʃtette poco a giunger un gentilhuomo Ingleʃe a cauallo, che haueua una bacchetta lunga in mano, et diʃʃe al Re, in latino, ch’egli haueua il gouerno di quel paeʃe, che ʃua Altezza caulcaua; & che gli chiedeua licenza do far il ʃuo officio. la qual conceʃʃagli, eʃo drizzò la bacchetta in alto, caminando innanzi con la berretta in mano: & eʃʃendo andato coʃi forʃi un miglio tuttauia pio uendo, il Prencipe gli fece intender, che ʃi copriʃʃe. Giunto appreʃʃo Vinceʃtre un miglio, ʃua Altezza fu in-
 
     
 
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contrata da due cauallierizzi con ʃei paggi della Reina, ueʃtiti di drappo d’oro, & cremeʃino, a quarti, ʃopra friʃoni grandi, tutti coperti medeʃimamente. Alla porta erano otto primi ufficiali del regno, ueʃtiti di toga di ʃcarlatto, lunga infin a’piedi; con una ʃtola di uelluto al collo, che fecer riuerenza ʃua Altezza, & le giurarono fedeltà. Entrato dentro ʃenza altro ʃtrepito d’artiglieria, fu circondato da XII. ʃtaffieri della Reina, ueʃtiti di roʃʃo, con l’impreʃa di eʃʃa nel petto, d’oro; & condotto ad un palazzo, non molto riccamente ornato, ne molto diʃcoʃto da quello della Reina; & ʃubito riueʃtito, comparue con calze & giuppon bianco, riccamato d’argento, & una roba di uelluto nero, guarnita di diamanti; & andò diritto al Domo: doue trouò il Veʃcouo di Vinceʃtre, che in habito epiʃcopale, accompagnato da molti altri preti, cantando il Te deum, lo riceuette: & fatte le ʃue orationi, tornò al ʃuo alloggiamento; dando ordine alle cerimonie del matrimonio, che ʃi doueua fare il giorno di S[an]. Giacomo; et ordinando, che i quattro mila Spagnuoli, uenuti
 
     
 
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ʃu l’armata, ʃenza toccar terra in quel regno, fuʃʃero condotti in Fiandra, come furono. la qual coʃa fece rimaner contenti tutti quei del regno, come quelli, che mal uolentieri ueggono ʃtranieri in caʃa loro. Sbarcorono dapoi ottanta gianetti di ʃua Altezza, belli quanto puo far natura, & intono quattrocento d’altri Signori particolari; buffoni, & pazzi infiniti; femme da partito poche: percioche nell’ imbarcare, che fecero, andò un bando, che, pena al Galea, non ʃe ne leuaʃʃe alcuna. Venuto il giorno di San Giacomo, nel qual ʃi doueua celebrare il matrimonio nel Domo di Vinceʃtre, era in queʃto Domo fabricata una ʃtrada di legnami, la quale cominiaua dalla porta, & finiua nel coro. ʃi ʃaliua ʃei gradi per andarui: & era larga otto paʃʃa, & lunga ʃeʃʃanta; sbarrata da ciaʃcuna banda; nel finir della quale era una piazza, fatta per ciaʃcun lato; & in mezo di eʃʃa ʃi uedeua un palco sbarrato intorno, che aʃcenseua quattro gradi, tutto coperto di ʃaia roʃʃa, & al baʃʃo do tapeti. era all incontro dio queʃto
 
     
 
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luogo l’altar grande: & uenuta l’hora do uenir alla meʃa, ʃua Altezza ʃi parti dal palazzo, accompagnata da 100. alabardieri, ueʃtiti con la ʃua liurea, & da ʃeʃʃanta Signori, & cauallieri Spagnuoli, tanto bene, & riccamente ueʃtiti, quanto l’huomo poʃʃa imaginarʃi; ne ui era alcun di loro, che non haueʃʃe riccamo d’oro, & d’argento, di gran ricchezza, oltre che n’erano molti che haueuano attorno ori battuti, & gioie infinite; ne u’era alcuno di loro, che non haueʃʃe almeno dieci o dodici ʃeruitori, ueʃtiti a brauiʃʃime liuree; delle quali ne ʃcieglierò almeno due o tre. Quella dell’Amirante di Caʃtiglia, erano quaranta ʃeruitori tutti con cappe di uelluto morello, foderate di raʃo giallo, con due bande di tele d’oro. Quella del Marcheʃe di Peʃcara, era di XII. ʃeruitori con ʃai di uelluto nero con quattro paʃʃamani d’oro, che faceuano liʃta, co tabarri fregiati di uelluto, co’medeʃimi paʃʃamani. Quella del Duca d’Alua, era di uelluto turchino, con bande del medeʃimo, co’filetti di raʃo incarnato, & bianco, da ogni banda della faʃcia. Quella
 
     
 
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del Duca di Medina era gialla, bianca, & nera; il panno giallo, le bande uelluto ad onde, con certi fangioni di ʃeta bianca, che faceuano una belliʃʃima moʃtra; & erano intorno a quaranta. Accõpagnata ʃua Altezza da queʃta coʃi honorata compagnia di cauallieri, et da molti Signori Ingleʃi, beniʃʃimo adornati, ʃe ne uenne alla chieʃa, ch’era quaʃi mezo giorno; & ʃalito ʃopra il palco, ʃe n’andò infino al fine; & peruenuto alla piazza del palco, ui trouò duo baldachini, uno a man deʃtra, per la Maeʃtà della Reina, con un’altare nel mezo, l’altro alla ʃiniʃtra, per ʃua Altezza, con un altare parimente nel mezo, & una ʃede regale; nella quale ʃua Altezza ʃi poʃe a ʃedere, tenendogli compagnia tutti gli Ambaʃciatori, ciaʃcun ʃecondo il grado ʃuo, che erano queʃti, il luogotenente d’Amon per l’Imperadore, Don Pietro Laʃʃo per lo Re de Romani, Don Hernando di Gamba, per lo Re di Boemia, il Signor Giouanni di caʃa Micheli per la Signoria di Venetia, il Veʃcouo di Cortona per il Signor Duca di Fiorenza. & u’erano ancora alcuni altri cauallie-
 
     
 
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ri ingleʃi, & Iʃpagnuoli. Non molto da palco, la quale ʃe ne ueniua accompagnata ʃuperbiʃʃimamente da tutti i Signori del regno, ben ornati di ueʃtimenti, con ori & gioie: & giunta al baldachino ordinato per lei, entrata ʃotto, ʃubito cominciò ad orare. Intanto il Veʃcouo di Vinceʃtre, eʃʃendoʃi ueʃtito pontificalmente, con cinque altri Veʃcoui comparue a quel palco eminente, ch’era nella piazza del palco grande, & ʃalitoui ʃopra co’detti Veʃcoui, ʃeguirono il Re dapoi, & la Reina, & tutti i perʃonaggi che per lo Imperadore ʃi trouauano a queʃto matrimonio, che furono, il luogotenente d’Amone, Ambaʃciatore ordinario in quel regno; Monʃur di Corieres, Monʃur d’Agamont; per la Reina Milord Fiʃuater, & Milord Priuiʃel: i quali erano andati Ambaʃciatori in Iʃpagna, per la confermatione de’capitoli; entrando ancora indetto palco il gran Ciamberlan della Reina; huomo attempato, & di molta auttorità. tutti gli altri cauallieri, & Signori reʃtarono fuori di quel
 
     
 
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luogo, Staua nella piu alta parte il Re, la Reina, & il Veʃcouo di Vinceʃtre. & prima che fi ueniʃʃe a cerimonie o di fatti, o di parole, ʃi appreʃentò al Re il Reggenti Figaroa con un priuilegio di ʃua Maeʃtà Ceʃarea, per lo quale daua a detto Re il titulo di Re di Napoli, con ogni ʃua pretenʃione, priuando ʃe d’ogni ʃorte di dominio, coʃi publico, come priuato; & liberamente rinonciandolo. il qual priuilegio fu letto dal detto Veʃcouo, e dapoi con parole Ingleʃi dichiarato al popolo. Et finito c’hebbe, ʃoggiunʃe, che eʃʃendo ʃtato fin allhora contratto matrimonio fra quei due Re ʃolo con parole di mente, ʃi come erano già paʃʃati i capitoli, per mano di ʃua Maeʃtà Ceʃarea: i quali tenendo in mani gli moʃtrò, & leʃʃe in Ingleʃe, & uoltatoʃi al Re gli diʃʃe, che di nuouo uoleʃʃe con ʃua bocca confermare i detti capitoli; il che egli fece. uoltoʃʃi dapoi alla Reina: la quale anch’eʃʃa confermò quanto ella, & il Conʃiglio haueuano promeʃʃo. Et finito queʃto atto, il Veʃcouo diʃʃe che il Re, & la Reina s’erano ritrouati in quel luogo per cõchiudere il matrimonio: & perche era ne-
 
     
 
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ceʃʃario, che i matrimoni fuʃʃero liberi, & ʃenza impedimenti, egli faceua intender a tutti, che, ʃe u’era alcuno, che ʃapeʃʃe che’l detto matrimonio non ʃi poteʃʃe eʃʃequire, per qualche riʃpetto o di parentela, o di pretenʃione, che ui haueʃse alcuno, o per altra cagione, ʃi faceʃse auanti, che ʃarebbe unditio amoreuoliʃʃimamente. alle quai parole, ʃi ʃenti gridare ogni perʃona, fiat fiat, nullus est. Allhora il detto Veʃcouo ʃi uolʃe al Re, & diʃʃe, Philippe uis habere Mariam in uxorem, & illam cuʃtodire, & amare in omnem euentum, paupertatis, aut maioris ʃtatus, & proʃperæ ualetudinis, aut aliquo morbo affecta, & renunciare cõmercium aliarum mulierum, dando in poteʃtate ʃua corpus & omne renum tuum? A che riʃpoʃe il Re di ʃi, & che in ʃengo di fede gli daua quello, pigliando un pugno di monete d’oro & d’argento. Che gli porʃe il Signor Ruigomez, & ponendole ʃopra un meʃsale aperto, che teneua in mano uno di que’ Veʃcoui. riulto il Veʃcouo all Reina le diʃʃe, Maria uis habere Philippum in maritum, ʃeguendo come di ʃopra. la qual accettò, dicendo
 
     
 
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di ʃi, & pigliando quei danari, che haueua poʃto il Re ʃu meʃʃale, il poʃe in una borʃa, & li diede a quella dama, che le portaua lo ʃtraʃʃino. allhora il Re gli preʃentò gli anelli: i quali benedetti che furonno dal Veʃcouo, preʃe la Reina, &, tenendole il gran Ciamberlano la mano, la ʃposò. fatto ciò, il Re, la Reina, & gli Ambaʃciatori col medeʃimo ordine, ch’erano uenuti in quel luogo, ʃe n’andarono all’altar grande, et poʃto ciaʃcun di loro ʃotto un baldachino di broccato d’oro, il Re alla ʃiniʃtra, & la Reina alla deʃtra dell’ altare, ʃi cominciò la meʃsa, cantata da’l Veʃcouo di Vinceʃtre, & ʃeruita da gli altri cinque, i quali erano il Veʃcouo di Ciʃtù, quel di Lincon, Salusberi, Elli, &, ʃe non m’inganno, il Veʃcouo Duran. & nel porger la pace, il Re ʃi leuò dal ʃuo luogo, & andò a trouar la Reina, & le diede la pace con un bacio: che coʃi dicono eʃser il coʃtume: dapoi, communnicatoʃi il ʃacerdote, fattoʃi a piedi dell’altare, quattro araldi, ueʃtiti di manti ʃimili a quel che uʃa di portar il re, uno d’eʃʃi publicò i titolo del Re, & della Reina in lingua Latina, nella
 
     
 
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Franzeʃe, & nella Ingleʃe, dicendo. Philippus, & Maria Dei gratia Angliæ, Franciæ, Neapolis, Hieruʃalem, & Hiberniæ Rex & Regina, fidei defenʃores, Hiʃpaniarum, & Siciliæ Principes, Archiduces Auʃtræ, Duces Mediolani, Burgundiæ, & Brabantiæ, Comites Auʃpergiæ, Flandriæ, & Tirolis, teʃtibus nobis apud Deum, annis noʃtrum regnorum primo & ʃecundo. Finita che fu la meʃsa, portarono alla Reina biʃcotto & ipocras, & ʃecondo il coʃtume beuue ella & il Re, et quei principali Signori & dame. Poco dapoi uʃcite le lor Maeʃtà ʃotto de ʃuoi baldachino, furono leuate ʃotto un’altro di tela d’oro, portato da’Signori principali del regno, & condotti al palazzo, tenendo il Re sempre la Reina a man deʃtra. et erano coʃi ueʃtiti. la Reina era ueʃtita alla Franzeʃe, con una robba di broccato riccio ʃopra riccio, con iʃtraʃsino lungo, riccamata attorno di perle groʃʃiʃʃime, & di diamanti di molta grandezza. nella riuoltura della manica era tutta appreʃa di un groppo d’oro, riccamati con perle, & con diamanti; il chaipirone con due bordi-
 
     
 
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ue di gran diamanti: & nel petto portaua il diamante tanto honorato, & di tanto ualore, che le mandò a donare il Re per lo Marcheʃe di las Naos, mentre ʃua Maeʃtà era di raʃo bianco, riccamata d’argento; le calze di ʃcarlatto; le ʃcarpe di uelluto nero. una dama principal del regno, ueʃtita di tela d’oro, le portaua parte dello ʃtraʃʃino, l’altra parte un certo Signor Giao, huomo d’età, et che altre uolte era ʃtato guardiano della Torre. Il Re era ueʃtito di una robba del medeʃimo riccio ʃopra riccio, con un riccamo di perle proʃʃiʃʃime, & di diamanti; con giuppone, & calze di raʃo bianco; riccamato d’argento; al collo in cerchio d’oro battuto, tutto pienodi diamanti grandi, col Toʃone di ʃotto, & al ginocchio la Garrartiera, guarnita di belliʃʃime gioie. Giunti al palazzo, erano in una ʃala grande, finita di razzi d’oro, & di ʃieta, apparecchiate le tauole per deʃinare, nel mezo della quale era un placo, tanto eminente, che ʃi aʃcendeua quattro gradi, nel qual palco ʃtaua al tauola del Re & della Reina. a piè del palco erano ʃei tauole, lun-
 
     
 
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ghe per le dame, & gli Signori Ingelʃi, & Spagnuoli. Venute le uiuande, il Re, & la Reina ʃi poʃero a tauola, & ʃeco il Veʃcouo di Vinceʃtre, alquanto diʃoʃto da quelle, ma ad una medeʃima tauola: che fu notato pergran fauore. erano ʃeruite tutte queʃte tauole in un medeʃimo tempo con quella del Re, & molto regiamente. quella di ʃua Maeʃtà ʃi ʃeruiua di uaʃi dorati, la’altre tutte d’argento ʃchietto. Vedeuaʃi ancora in quella ʃala una credenza di uaʃi grandi, d’oro, & d’argento dorato, che aʃcendeuano al numero di nouanta ʃei: ne furono mai uʃati, ʃeruendo ʃolamente per grandezza. Nel l’altro capo della ʃala, in un poggiuolo alto, ui ʃtauano eccellentiʃʃimi muʃici, i quali, mẽtre durò il conuitto, ʃuonarono del continouo con uari concerti d’iʃtrumenti, & con mirabile dolcezza. Nel mezo del mangiare comparue uno accompagnato da quattro araldi, ueʃtiti di manti regali; il qual fece una oratione latina rallegrandoʃi, in nome del regno, di quel ʃanto matrimonio. Fra tanto, appriʃʃimandoʃi il fine del banchetto, la Maeʃtà del Re fece brindeʃe a tutti i Signori
 
     
 
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del Conʃiglio, & ad altri Signori Ingleʃe, et la Reina a tutti il Signori Spagnuoli, il che eʃʃendo fatto di molto buon curore all’uno, et l’altro, ʃi fece fine; &, leuate le tauole, ʃe n’andarono a ʃpender il giorno, & parte della notte in danze: doue i garbati, et ben creati cauallieri, col preʃentare a quelle dame gentilezze, portate di uari luoghi, diedro principio a loro amori.
 
     
 

IL FINE.

 
     
 
NELL’ACADEMIA
VENETIANA,
M D LVIII.
 
     
     
     
     
 
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